Ventinovesima Domenica del T. O. 2017

Dal Vangelo secondo Matteo (22,15-21)

Ipocrisia smascherata

ipocrisia smascherata

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

La Parola di Dio di questa XXIX domenica del tempo ordinario ci pone di fronte ad un altro dilemma: è giusto pagare o meno le tasse, ovvero, nel vangelo di oggi, il tributo a Cesare?

E’ la domanda che pongono a Gesù alcuni discepoli dei farisei e alcuni erodiani per cogliere in fallo il divino Maestro, in poche parole per trovare il capo di accusa e segnalarlo alle autorità come sovversivo e come uno che spinge ad evadere le leggi civili del tempo.

Gesù conoscendo la cattiveria con la quale avevano posto il quesito, risolve subito la questione chiedendo di mostrare una moneta che possedevano, in modo da vedere l’effige impressa su di essa e legittimare, di conseguenza, il pagamento delle tasse.

Estratta la moneta, Gesù chiede ai suoi interlocutori, a coloro che erano andati per metterlo alla prova:

«Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?».

Gli risposero:

«Di Cesare».


Non avevano bisogno di ulteriori spiegazioni.

Gesù risponde a tono e indica il comportamento più giusto da assumere a livello politico, sociale ed economico e non si fa sfuggire l’occasione per richiamarli ai loro doveri non solo civili, ma soprattutto spirituali e religiosi.

Allora disse loro:

«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

E’ chiara la posizione di Gesù.

C’è una giustizia divina che ti sollecita moralmente a vivere secondo la fede che professi, facendo il bene e rendendo a Dio la lode che Gli spetta.

Possiamo qui trovare i dieci comandamenti, espressi in modo diverso, ma dai contenti uguali, per quanto riguarda la spiritualità, ovvero i doveri religiosi.

“Io sono il Signore Dio tuo. Non avrai altro Dio al di fuori di me. Non nominare il nome di Dio invano. Ricordati di santificare le feste”.

Poi subentrano obblighi di carattere civile e morale, verso terze persone ed istituzioni: “Non rubare. Non dire falsa testimonianza. Non desiderare la roba d’altri”.

Sono questi i comandamenti di ordine sociale, politico ed economico di fronte ai quali bisogna avere la coscienza a posto.

Non mancano gli obblighi riguardanti il rispetto di se stessi e degli altri, quali

“Onora tuo padre e tua madre. Non uccidere. Non commettere adulterio. Non desiderare la donna altrui”.

Siamo sul piano della giustizia umana, legale, economica che pure un credente deve rispettare.
Giustamente Gesù fa capire ai suoi interlocutori che c’è un’autonomia della religione rispetto alla politica e all’economia.

Ciò che spetta a Dio nella vita di un credente non può essere trascurato per ragioni politiche, sociali ed economiche.

E viceversa.

I doveri religiosi come quelli civili, che sono giusti e rispondenti al rispetto della persona umana, dei diritti fondamentali, della giusta distribuzione dei beni, vanno tenuti in debita considerazione da chi crede e anche da chi non crede.

A Dio si dà il cuore, la mente, la vita, noni soldi; allo Stato si dà il proprio servizio, la propria professionalità e quanto altro di utile che serve per la crescita comune, comprese le tasse che si pagano, non sempre attribuite in modo equo a tutti.

Dio si ama con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze e viene prima di ogni altro dovere per un cristiano.

Per cui è legittimo domandarci:

diamo davvero al Signore, a Dio ciò che gli spetta di noi stessi?

Oppure Dio è relegato agli posti dei nostri doveri di credenti?

Gesù, se fa una puntualizzazione e precisazione sa a chi si sta rivolgendo in quel momento: a delle persone false, fatte solo di apparenza, di osservanza esteriore non solo della legge divina, ma anche di quella umana, alla quale si assoggettano più volentieri, solo di facciata, per non perdere il potere e la presunta credibilità che pensavano di avere, come tanti farisei di ieri e di oggi.

Parliamo, quindi di persone false di allora e di oggi.

Sulla primazia di Dio nella nostra vista, fa riferimento la prima lettura di oggi, tratta dal profeta Isaia, in cui è richiamata la scelta di Ciro, Re di Persia, da parte del Signore:

«Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto, io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca. Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è Dio; ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me. Io sono il Signore, non ce n’è altri».

“La strategia politica di Dio”, ovvero “il programma politico divino” è quello dello scegliere, del chiamare, del selezionare le persone in ragione di un progetto di salvezza collettiva e di tutto il popolo.

Anche nella scelta di Ciro c’è questa prospettiva e lo scopo finale è quello di affermare la primazia del Dio di Abramo, di Isacco di Giacobbe su qualsiasi altro Dio, che non è Dio.

Quanto è difficile comprendere questo linguaggio.

Il Dio è uno solo ed è il Dio che Gesù Cristo ci ha rivelato con la sua missione, con la sua passione morte e risurrezione.

Si tratta di evangelizzare, di far conoscere la verità del Vangelo che è Cristo stesso.

E san Paolo Apostolo nella seconda lettura di oggi, tratta dalla sua prima lettera ai Tessalonicesi, afferma proprio questo.

Siamo stati scelti per una missione santa e questa missione di evangelizzare la dobbiamo portare avanti, secondo i carismi e i doni di ciascuno.

Abbiamo ascoltato, infatti, queste significative parole dell’Apostolo delle Genti, in un giorno speciale per la chiesa universale, in quanto questa è al domenica della giornata mondiale delle missioni, che ci interpella su un piano di impegno missionario a livello locale e globale:

“Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione”.


Tre cose l’apostolo mette in evidenza:

la parola,

la potenza dello Spirito

e la convinzione per diffondere il Vangelo di Gesù nel mondo.

Se non parliamo con le parole e soprattutto con la testimonianza della nostra vita; se non siamo docili allo Spirito santo e non siamo in perfetta sintonia con Lui; se non siamo convinti della nostra fede è meglio non avventurarsi nell’opera di evangelizzazione e missione.

Faremo solo dei danni alla Chiesa e a Cristo stesso.

Bisogna essere convinti, ispirati e parlare con la santità della vita per far conoscere Cristo in un mondo senza Dio.

Sia questa la nostra umile preghiera che vogliamo rivolgere al Signore in questo giorno di festa e di gioia:

“O Padre,

a te obbedisce ogni creatura

nel misterioso intrecciarsi delle libere volontà degli uomini;

fa’ che nessuno di noi abusi del suo potere,

ma ogni autorità serva al bene di tutti,

secondo lo Spirito e la parola del tuo Figlio,

e l’umanità intera riconosca te solo come unico Dio”. Amen.

 

 

 

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Maria Lorenza Longo

Fondatrice dell’ospedale Incurabili e dell’Ordine delle Monache Clarisse Cappuccine. Una donna sposata con figli, laica consacrata ed infine una monaca.