Terza meditazione del 15 ottobre 2019 (mattino)

La mamma di Sansone – Il dono della maternità

La maternità è espressione della vocazione naturale della donna, che concepisce la vita e la custodisce nel suo grembo per nove mesi. La sua vocazione alla maternità non si conclude con l’atto di dare alla luce un figlio, anzi, dopo la nascita del figlio si apre il lungo e mai concluso compito della maternità, che consiste nel proteggere, nutrire, educare i figli, con ogni amorevole cura, per farli crescere e maturare e poi lasciarli prendere il volo.

La maternità non è un fatto prettamente biologico, è anche psicologico ed etico; essa comporta l’apertura all’altro, la disponibilità all’accoglienza, l’amore oblativo che, soli, permettono di mettersi generosamente al servizio della vita al di là di ogni (ambiziosa) realizzazione esclusivamente personale. Il segreto di tale servizio, come di ogni tipo di servizio alla vita, è l’amore, l’umile amore che si dona senza stancarsi e senza misura, come abitualmente viene considerato quello materno.

La vita quanto più è amata e servita tanto più genera nuova capacità d’amore[1].

Preghiera iniziale

Esulta, o sterile che non hai partorito,

prorompi in grida di giubilo e di gioia.

Allarga lo spazio della tua tenda,

stendi i teli della tua dimora senza risparmio,

allunga le cordicelle, rinforza i tuoi paletti,

poiché ti allargherai a desta e a sinistra

e la tua discendenza possederà le nazioni,

popolerà le città un tempo deserte.

Non temere perché non dovrai più arrossire;

non vergognarti perché non sarai più disonorata;

anzi dimenticherai la vergogna della tua giovinezza. (Is54,1-3)

Introduzione

L’Antico e il Nuovo Testamento (Elisabetta) narrano le storie di alcune donne sterili che ricevono il dono della maternità anche in tarda età e i cui figli (da loro generati) incrociano e modificano il corso degli eventi della storia di Israele. Sono profeti, eroi, salvatori, precursori. La storia della mamma di Sansone è simile a quella di Sara mamma di Isacco, Rebecca madre di Giacobbe, Rachele mamma di Giuseppe, Anna madre di Samuele, ecc.

Tuttavia Sansone non è un eroe pari agli altri personaggi importanti della Bibbia. È un uomo debole, la sua forza sta nei capelli; non è scaltro, perde la sua forza perché confida il suo segreto a una donna che gli taglia i capelli. Il vero eroe del racconto di Gdc13,3-10 è sua madre, innominabile perché non conosciamo il suo nome, che però riceve il dono della maternità non solo fisica ma anche spirituale.

La maternità della moglie di Manòach[2] — così la donna è identificata — è per la salvezza di Israele dai nemici, i Filistei.

Leggiamo cosa dice il testo.

Lettura del testo

(Gdc13,3-10)

1Gli Israeliti tornarono a fare quello che è male agli occhi del Signore e il Signore li consegnò nelle mani dei Filistei per quarant’anni. 2C’era allora un uomo di Sorea, della tribù dei Daniti, chiamato Manòach; sua moglie era sterile e non aveva avuto figli. 3L’angelo del Signore apparve a questa donna e le disse: «Ecco, tu sei sterile e non hai avuto figli, ma concepirai e partorirai un figlio. 4Ora guardati dal bere vino o bevanda inebriante e non mangiare nulla d’impuro. 5Poiché, ecco, tu concepirai e partorirai un figlio sulla cui testa non passerà rasoio, perché il fanciullo sarà un nazireo di Dio fin dal seno materno; egli comincerà a salvare Israele dalle mani dei Filistei». 6La donna andò a dire al marito: «Un uomo di Dio è venuto da me; aveva l’aspetto di un angelo di Dio, un aspetto maestoso. Io non gli ho domandato da dove veniva ed egli non mi ha rivelato il suo nome, 7ma mi ha detto: Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio; ora non bere vino né bevanda inebriante e non mangiare nulla d’impuro, perché il fanciullo sarà un nazireo di Dio dal seno materno fino al giorno della sua morte».

8Allora Manòach pregò il Signore e disse: «Perdona, mio Signore, l’uomo di Dio mandato da te venga di nuovo da noi e c’insegni quello che dobbiamo fare per il nascituro». 9Dio ascoltò la preghiera di Manòach e l’angelo di Dio tornò ancora dalla donna, mentre stava nel campo; ma Manòach, suo marito, non era con lei. 10La donna corse in fretta a informare il marito e gli disse: «Ecco, mi è apparso quell’uomo che venne da me l’altro giorno». 11Manòach si alzò, seguì la moglie e, giunto da quell’uomo, gli disse: «Sei tu l’uomo che ha parlato a questa donna?». Quegli rispose: «Sono io». 12Manòach gli disse: «Quando la tua parola si sarà avverata, quale sarà la norma da seguire per il bambino e che cosa dovrà fare?». 13L’angelo del Signore rispose a Manòach: «Si astenga la donna da quanto le ho detto: 14non mangi nessun prodotto della vigna, né beva vino o bevanda inebriante e non mangi nulla d’impuro; osservi quanto le ho comandato». 15Manòach disse all’angelo del Signore: «Permettici di trattenerti e di prepararti un capretto!». 16L’angelo del Signore rispose a Manòach: «Anche se tu mi trattenessi, non mangerei il tuo cibo; ma se vuoi fare un olocausto, offrilo al Signore». Manòach non sapeva che quello era l’angelo del Signore. 17Manòach disse all’angelo del Signore: «Come ti chiami, perché ti rendiamo onore quando si sarà avverata la tua parola?». 18L’angelo del Signore gli rispose: «Perché mi chiedi il mio nome? Esso è misterioso». 19Manòach prese il capretto e l’offerta e sulla pietra li offrì in olocausto al Signore che opera cose misteriose. Manòach e la moglie stavano guardando: 20mentre la fiamma saliva dall’altare al cielo, l’angelo del Signore salì con la fiamma dell’altare. Manòach e la moglie, che stavano guardando, si gettarono allora con la faccia a terra 21e l’angelo del Signore non apparve più né a Manòach né alla moglie. Allora Manòach comprese che quello era l’angelo del Signore. 22Manòach disse alla moglie: «Moriremo certamente, perché abbiamo visto Dio». 23Ma sua moglie gli disse: «Se il Signore avesse voluto farci morire, non avrebbe accettato dalle nostre mani l’olocausto e l’offerta, non ci avrebbe mostrato tutte queste cose né ci avrebbe fatto udire proprio ora cose come queste».

24E la donna partorì un figlio che chiamò Sansone. Il bambino crebbe e il Signore lo benedisse. 25Lo spirito del Signore cominciò ad agire su di lui quando era nell’Accampamento di Dan, fra Sorea ed Estaòl.

Il racconto

Il brano letto racconta l’annuncio della nascita di un figlio da una donna sterile, moglie di Monòach: si tratta di Sansone, l’ultimo Giudice[3] e probabilmente è il più noto, anche se molti conoscono di lui soltanto la sua storia con Dalila (Gdc16,4-31). L’episodio straordinario della sua vita è la sua nascita da una donna sterile.

La storia di Sansone, che si trova all’inizio del capitolo 13, apparentemente segue lo schema del libro, dal momento che, di nuovo, gli Israeliti tornarono a fare quello che è male agli occhi del Signore e il Signore li consegnò nelle mani dei Filistei per quarant’anni. Tale schema, però, viene subito modificato: gli Israeliti, infatti, non considerano i Filistei loro oppressori, e addirittura consegneranno nelle loro mani Sansone, il loro potenziale liberatore[4].

Nel testo, in verità, non è esplicitata la nascita di un liberatore, ma di un bambino che comincerà a salvare Israele dalle mani dei Filistei.

Rileggiamo la pericope:  

1Gli Israeliti tornarono a fare quello che è male agli occhi del Signore e il Signore li consegnò nelle mani dei Filistei per quarant’anni. 2C’era allora un uomo di Sorea, della tribù dei Daniti, chiamato Manòach; sua moglie era sterile e non aveva avuto figli. 3L’angelo del Signore apparve a questa donna e le disse: «Ecco, tu sei sterile e non hai avuto figli, ma concepirai e partorirai un figlio. 4Ora guardati dal bere vino o bevanda inebriante e non mangiare nulla d’impuro. 5Poiché, ecco, tu concepirai e partorirai un figlio sulla cui testa non passerà rasoio, perché il fanciullo sarà un nazireo di Dio fin dal seno materno; egli comincerà a salvare Israele dalle mani dei Filistei».

Il brano ha tutte le caratteristiche di un annuncio di salvezza: un angelo si presenta da una donna sterile, le annuncia che concepirà e partorirà un figlio, il quale, per volere di Dio, sarà un nazireo[5] e avrà il compito di salvare il popolo dalla mano dei Filistei. L’annuncio sembra assolutamente inaspettato. Non conosciamo il nome della donna, sappiamo solo che è moglie di Manòach. Durante la gravidanza dovrà rispettare quanto Nm 6,1-21 prescrive per la purificazione di coloro che sono scelti per essere Nazirei. Non dovrà mangiare cibi impuri né bere bevande inebrianti. Anche il figlio che nascerà dovrà seguire gli stessi precetti e come segno visibile del suo essere Nazireo avrà i capelli lunghi e non li dovrà mai tagliare.

Quando il marito rincasa, la donna gli riferisce l’accaduto e lui implora Dio di mostrare loro come comportarsi con il nascituro. Il Signore esaudisce la preghiera mandando di nuovo l’angelo a rispondere ai loro dubbi.

La donna presta ascolto con molta attenzione all’uomo di Dio, crede alle sue parole e si affida alla volontà di Dio.

Commento

Sansone è un eroe imperfetto, e se è vero che non si mostra arrendevole nei confronti dei Filistei, la sua debolezza per le donne lo terrà in costante contatto con il nemico. Ciò gli offrirà parecchie opportunità di vendetta, che egli coglierà uccidendo molti Filistei, ma persino il suo più grande trionfo segnerà anche la sua stessa fine (Gdc16,28-31) e non comporterà la liberazione totale di Israele.

Coma abbiamo già detto, il vero eroe di questa storia è la mamma di Sansone. Non è l’unica donna senza nome nel libro dei Giudici, ci sono anche la figlia di Iefte[6] (Gdc11,29-40) e la concubina del levita (Gdc19,1-30). In questi due casi l’anonimato è segno di emarginazione e di vittimizzazione, non così per la mamma di Sansone: il suo anonimato serve per fare emergere il contrasto con il marito, che appare inetto e insignificante; di fronte alla fede della donna e al dono della sua elezione divina.

Il fatto che Manòach, padre di Sansone, sia menzionato per primo è tipico di un contesto patriarcale, e potrebbe anche essere letto come un piccolo stratagemma dell’autore biblico per sollevare un’aspettativa che poi sarà delusa.

Certo, considerato il ruolo importante affidato a sua moglie, è sorprendente che sia rimasta senza nome. Ma, secondo Robert Alter, tale anonimato è assolutamente opportuno, perché a ogni sua azione e a ogni suo discorso, il testo può alludere a lei come alla donna[7]: ella ha un rapporto stretto con Dio ed esemplifica il comportamento che Dio desidera dal suo popolo. È infatti un modello di fedeltà e di sollecitudine; docile alla parola di Dio, conserva in tutto il racconto un ruolo femminile, contrariamente a quanto capita, nel libro dei Giudici, ad altre donne, come, per esempio, Debora e Giaele, che rivestono invece ruoli maschili.

Il fatto che la donna sia sterile e che le venga promesso un figlio richiama altre promesse divine a donne sterili: Sara, Rebecca, Rachele, Anna. Queste donne sono note al popolo di Israele; Sara, Rebecca e Rachele sono mogli dei patriarchi e svolgono una funzione importante, quella di essere matriarche. È verosimile che possano dare alla luce un figlio anche se sterili; le loro storie non sorprendono il popolo di Israele; non è così per la mamma di Sansone: ella dà alla luce un figlio non per la sua appartenenza a un popolo o a una discendenza, non perché è moglie di un patriarca, ma semplicemente perché è donna. Il figlio che nascerà non le appartiene perché la sua vocazione ad essere madre si inserisce in un piano di salvezza, dono gratuito dell’amore di Dio.

  • Maternità

La maternità è una caratteristica specifica del genere femminile, consiste nell’accogliere in sé la vita, trasmetterla, custodirla, farla crescere. Il dono della maternità fa parte di un piano di salvezza: in termini teologici, del mysterium charitatis. La mamma di Sansone in parte come la mamma di Gesù, Maria. La prima è stata scelta per dare, mediante il suo sì, una svolta alla storia di Israele; Maria è stata scelta, e preservata dal peccato, per la redenzione dell’umanità e dell’intero universo. Nel fiat di Maria è ricapitolato il sì della mamma di Sansone e il sì di tante altre donne che hanno risposto e continuano a rispondere con generosità alla propria vocazione che le inserisce nella storia universale di salvezza: da quel fiat di Maria e dai di molte donne dipende da parte della creatura il mistero della redenzione[8]. Maria è modello e guida, in lei ogni donna può scoprire la bellezza della vocazione della donna come mezzo supremo di salvezza[9].

Vi sono diversi modi di vivere questa vocazione. È evidente che vi è una maternità fisica e una maternità spirituale. La maternità fisica si completa, come dimostrano le figure bibliche che stiamo contemplando, nella maternità spirituale. Nel misterioso disegno di Dio c’è posto, scrive la Cànopi, anche per una realtà più profonda, tutta situata nella dimensione soprannaturale della grazia: vi sono donne che, prese dall’amore di Dio, partecipano fin d’ora al mistero trinitario della generazione incorruttibile nella verginità. Tale vocazione è sommamente oblativa e ha la sua ragione d’essere nel disegno di Dio che si è manifestato e compiuto in Cristo. Come non c’è maternità fisica senza travaglio, così non c’è maternità spirituale senza morte a sé stessi, senza dono totale di sé. La maternità spirituale si realizza quando ci si apre ad abbracciare la dimensione più profonda dell’amore che è sacrificio, sacrificio sostenuto dalla certezza di fede che la gratuità del dono è principio di una vita nuova[10].

Quando la donna vive in profondità la maternità spirituale si può dire che vive permanentemente nell’eroismo, perché il dono di sé non conosce soste né limiti. La forza del dono di sé fino al martirio non può attingerla altrove che dal cuore trafitto di Gesù, ossia dalla contemplazione del mistero della croce. Il pensiero va a tante donne consacrate nella verginità o nel matrimonio che – oggi come ieri – consumano la loro esistenza nei più umili servizi, portando pesi umanamente insopportabili e considerando il sacrificio quotidiano la normale condizione della loro vita.

Donne umili, senza nome, a cui nessuno presta attenzione né gratitudine, ma che hanno sempre per tutti una parola buona, un gesto di tenerezza, un sorriso rasserenante. Donne la cui fede davvero sposta enormi montagne di superbia e di odio, la cui speranza apre l’orizzonte su un futuro di vera felicità, la cui inesausta carità fa gustare il sapore di Dio. Sono tutte mamme per missione e per vocazione, come la mamma di Sansone, come Elisabetta, come Maria.

Esiste anche un’altra maternità, la maternità della Chiesa, e a conclusione di questa meditazione voglio leggere cosa papa Francesco disse nel suo intervento al convegno diocesano di Roma, il 6 giugno 2014:

«Se la Chiesa non è madre… diventa una zitella! … non è feconda. Non solo fa figli la chiesa, la sua identità è fare figli, cioè evangelizzare… penso a nostra madre Sara, che era invecchiata senza figli; penso ad Elisabetta, la moglie di Zaccaria, invecchiata senza figli; penso a Noemi, un’altra donna invecchiata senza discendenza… E queste donne sterili hanno avuto figli, hanno avuto discendenza: il Signore è capace di farlo! Ma per questo la Chiesa deve fare qualcosa, deve cambiare, deve convertirsi per diventare madre. Deve essere feconda! La fecondità è la grazia che noi oggi dobbiamo chiedere allo Spirito Santo, perché possiamo andare avanti nella nostra conversione pastorale e missionaria. Non si tratta, non è questione di andare a cercare proseliti… la Chiesa, ci ha detto Benedetto XVI- non cresce per proselitismo, cresce per attrazione materna, per questo offrire maternità; cresce per tenerezza, per la maternità, per la testimonianza che genera sempre più figli. È un po’ invecchiata la nostra Madre Chiesa … dobbiamo ringiovanirla!… la chiesa diventa più giovane quando è capace di generare figli; diventa più giovane quanto più diventa madre. Questa è la nostra madre, la Chiesa; e il nostro amore di figli»[11].

Preghiera finale

Maria, tu sei Madre,

non c’è bisogno di raccomandarti i tuoi figli,

ma lascia che noi veniamo oggi

a riversare nel tuo cuore

tutto quello che pesa troppo sul nostro cuore.

Maria, tu sei Madre,

non lasciare che il mondo affondi nella notte

perché tu hai generato

colui che è il vero giorno,

Cristo-Dio.

Maria, tu sei Madre:

prendi nelle tue mani

le lacrime dei poveri

e piena di compassione

lava con le tue lacrime

le mani di chi sparge sangue.

Maria, tu sei Madre:

accompagna passo passo i tuoi figli

nell’incerto e arduo cammino della vita.

Maria, tu sei Madre,

raccogli nel tuo cuore

l’ultimo respiro di chi muore

per deporlo nel seno dell’eterno Padre

e farlo riposare nell’amore.

Maria, tu sei Madre:

per nome conosci ad uno ad uno

tutti i tuoi figli, santi e peccatori;

pensaci tu per loro, Madre buona,

e anche noi ci affidiamo a te. Amen

Quarta meditazione del 15 ottobre 2019 (pomeriggio)

Rachele e Lia – Il dono della speranza

La storia delle due matriarche Rachele e Lia ci insegna che i due nemici per eccellenza non sono la vita e la morte, bensì l’amore e la morte. L’amore, nell’esperienza concreta umanissima di queste sorelle, vince la morte che si manifesta nelle sue ancelle: l’invidia e la gelosia.

La morte che tutto divora trova nell’amore l’unico nemico capace di resisterle: questa è la buona novella della Scrittura.

Preghiera iniziale

Forte è la morte, che è capace di privarci del dono della vita;

forte è l’amore, che è capace di donare di nuovo la possibilità di una vita migliore.

Forte è la morte, che ha il potere di spogliarci dell’abito di questo corpo,

forte è l’amore, che ha il potere di strappare alla morte il suo bottino e di riconsegnarlo a noi.

Forte è la morte, a cui nessun uomo può opporre resistenza;

forte è l’amore, che può trionfare sulla stessa morte, smussare il suo aculeo, porre fine alle sue rivendicazioni, svergognare la sua vittoria.

(Baldovino di Ford)

Introduzione

All’inizio del nascente popolo ebraico ci sono delle donne e tra di esse due sorelle: Rachele e Lia. Nella memoria di Israele questo inizio è cercato e trovato nelle storie patriarcali.

È con questi racconti che prende avvio la storia della promessa fatta ad Abramo, promessa che inverte la via tracciata da Caino e diventa una storia sotto il segno di una chiamata, di una vocazione, di una elezione di uomini e donne che spinge a realizzare, all’interno dei popoli che si combattono, una comunità umana in cui si manifesti la pace voluta da Dio fin dall’inizio della creazione.

Nelle storie patriarcali in primo piano non è l’interesse storiografico, ma la testimonianza resa al primo formarsi di un gruppo umano sotto il segno dell’elezione di Dio.

Dio interpella Abramo: un uomo e la sua discendenza diventano oggetto di una benedizione che li abilita a diventare popolo testimone, per i popoli della terra, dell’amore misericordioso di Dio, un popolo portatore di una speranza orientata verso la pace universale, e di un valore spirituale sorgente di una nuova vita e di una etica nuova, che rende gli uni responsabili degli altri

Ciò che stupisce nella narrazione della vita dei patriarchi è la loro umanità: essi non sono presentati come eroi, ma come uomini alle prese con tutte le loro vulnerabilità, le passioni, gli errori, i peccati.  Eppure proprio essi, uomini vulnerabili e talvolta anche ribelli, sono i protagonisti di un cammino la cui traccia si inserisce in modo indelebile nella nostra storia umana, che resta pur sempre storia della salvezza.

Questa traccia si manifesta attraverso il racconto di vicende familiari, perché è nel rapporto con l’altro, il più vicino, che si sperimenta l’appello e la chiamata a una vita di relazione in cui colui che vive nel conflitto si apre alla pace, all’amore, al perdono, alla verità.

Così è del popolo di Israele, che fa risalire la propria origine alle vicende familiari del patriarca Giacobbe: nel quadro di un mondo patriarcale attraversato dall’intrigo complicato dei rapporti, tesi fino alla rottura, emerge il filo delle vie di Dio, che conducono alla salvezza nonostante e dentro i conflitti con i fratelli.

Nella storia della nascita del popolo di Israele accanto al ruolo dei patriarchi emerge anche quello delle donne, delle matriarche. Non solo non c’è un patriarca senza una matriarca[12], ma è proprio l’elemento femminile della donna e madre che rappresenta un fermento di evoluzione, innovazione, capovolgimento di situazioni consolidate e apparentemente senza via di uscita. Le donne, accettando il rischio di esporre sé stesse a situazioni difficili, obbligano il potere stabilito, il potere patriarcale, a compiere scelte innovative, in grado di trarre bene dal male e portare pace.

In questi racconti della storia dei patriarchi c’è già in germe tutta la vicenda futura non solo di Israele ma anche della Chiesa.

La meditazione di oggi si concentra sulle due mogli di Giacobbe: Rachele e Lia.

Leggiamo i testi.

Gen29,1-30

1 Poi Giacobbe si mise in cammino e andò nel paese degli orientali. 2 Vide nella campagna un pozzo e tre greggi di piccolo bestiame, accovacciati vicino, perché a quel pozzo si abbeveravano i greggi, ma la pietra sulla bocca del pozzo era grande. 3 Quando tutti i greggi si erano radunati là, i pastori rotolavano la pietra dalla bocca del pozzo e abbeveravano il bestiame; poi rimettevano la pietra al posto sulla bocca del pozzo. 4 Giacobbe disse loro: «Fratelli miei, di dove siete?». Risposero: «Siamo di Carran». 5 Disse loro: «Conoscete Làbano, figlio di Nacor?». Risposero: «Lo conosciamo». 6 Disse loro: «Sta bene?». Risposero: «Sì; ecco la figlia Rachele che viene con il gregge». 7 Riprese: «Eccoci ancora in pieno giorno: non è tempo di radunare il bestiame. Date da bere al bestiame e andate a pascolare!». 8 Risposero: «Non possiamo, finché non siano radunati tutti i greggi e si rotoli la pietra dalla bocca del pozzo; allora faremo bere il gregge».

9 Egli stava ancora parlando con loro, quando arrivò Rachele con il bestiame del padre, perché era una pastorella. 10 Quando Giacobbe vide Rachele, figlia di Làbano, fratello di sua madre, insieme con il bestiame di Làbano, fratello di sua madre, Giacobbe, fattosi avanti, rotolò la pietra dalla bocca del pozzo e fece bere le pecore di Làbano, fratello di sua madre. 11 Poi Giacobbe baciò Rachele e pianse ad alta voce. 12 Giacobbe rivelò a Rachele che egli era parente del padre di lei, perché figlio di Rebecca. Allora essa corse a riferirlo al padre. 13 Quando Làbano seppe che era Giacobbe, il figlio di sua sorella, gli corse incontro, lo abbracciò, lo baciò e lo condusse nella sua casa. Ed egli raccontò a Làbano tutte le sue vicende. 14 Allora Làbano gli disse: «Davvero tu sei mio osso e mia carne!». Così dimorò presso di lui per un mese.

15 Poi Làbano disse a Giacobbe: «Poiché sei mio parente, mi dovrai forse servire gratuitamente? Indicami quale deve essere il tuo salario». 16 Ora Làbano aveva due figlie; la maggiore si chiamava Lia e la più piccola si chiamava Rachele. 17 Lia aveva gli occhi smorti, mentre Rachele era bella di forme e avvenente di aspetto, 18 perciò Giacobbe amava Rachele. Disse dunque: «Io ti servirò sette anni per Rachele, tua figlia minore». 19 Rispose Làbano: «Preferisco darla a te piuttosto che a un estraneo. Rimani con me». 20 Così Giacobbe servì sette anni per Rachele: gli sembrarono pochi giorni tanto era il suo amore per lei. 21 Poi Giacobbe disse a Làbano: «Dammi la mia sposa, perché il mio tempo è compiuto e voglio unirmi a lei». 22 Allora Làbano radunò tutti gli uomini del luogo e diede un banchetto. 23 Ma quando fu sera, egli prese la figlia Lia e la condusse da lui ed egli si unì a lei. 24 Làbano diede la propria schiava Zilpa alla figlia Lia, come schiava. 25 Quando fu mattina… ecco era Lia! Allora Giacobbe disse a Làbano: «Che mi hai fatto? Non è forse per Rachele che sono stato al tuo servizio? Perché mi hai ingannato?». 26 Rispose Làbano: «Non si usa far così nel nostro paese, dare, cioè, la più piccola prima della maggiore. 27 Finisci questa settimana nuziale, poi ti darò anche quest’altra per il servizio che tu presterai presso di me per altri sette anni». 28 Giacobbe fece così: terminò la settimana nuziale e allora Làbano gli diede in moglie la figlia Rachele. 29 Làbano diede alla figlia Rachele la propria schiava Bila, come schiava. 30 Egli si unì anche a Rachele e amò Rachele più di Lia. Fu ancora al servizio di lui per altri sette anni.

Gen 30,1-43

1 Rachele, vedendo che non le era concesso di procreare figli a Giacobbe, divenne gelosa della sorella e disse a Giacobbe: «Dammi dei figli, se no io muoio!». 2 Giacobbe s’irritò contro Rachele e disse: «Tengo forse io il posto di Dio, il quale ti ha negato il frutto del grembo?». 3 Allora essa rispose: «Ecco la mia serva Bila: unisciti a lei, così che partorisca sulle mie ginocchia e abbia anch’io una mia prole per mezzo di lei». 4 Così essa gli diede in moglie la propria schiava Bila e Giacobbe si unì a lei. 5 Bila concepì e partorì a Giacobbe un figlio. 6 Rachele disse: «Dio mi ha fatto giustizia e ha anche ascoltato la mia voce, dandomi un figlio». Per questo essa lo chiamò Dan. 7 Poi Bila, la schiava di Rachele, concepì ancora e partorì a Giacobbe un secondo figlio. 8 Rachele disse: «Ho sostenuto contro mia sorella lotte difficili e ho vinto!». Perciò lo chiamò Nèftali.

9 Allora Lia, vedendo che aveva cessato di aver figli, prese la propria schiava Zilpa e la diede in moglie e Giacobbe. 10 Zilpa, la schiava di Lia, partorì a Giacobbe un figlio. 11 Lia disse: «Per fortuna!» e lo chiamò Gad. 12 Poi Zilpa, la schiava di Lia, partorì un secondo figlio a Giacobbe. 13 Lia disse: «Per mia felicità! Perché le donne mi diranno felice». Perciò lo chiamò Aser.

14 Al tempo della mietitura del grano, Ruben uscì e trovò mandragore, che portò alla madre Lia. Rachele disse a Lia: «Dammi un po’ delle mandragore di tuo figlio». 15 Ma Lia rispose: «È forse poco che tu mi abbia portato via il marito perché voglia portar via anche le mandragore di mio figlio?». Riprese Rachele: «Ebbene, si corichi pure con te questa notte, in cambio delle mandragore di tuo figlio». 16 Alla sera, quando Giacobbe arrivò dalla campagna, Lia gli uscì incontro e gli disse: «Da me devi venire, perché io ho pagato il diritto di averti con le mandragore di mio figlio». Così egli si coricò con lei quella notte. 17 Il Signore esaudì Lia, la quale concepì e partorì a Giacobbe un quinto figlio. 18 Lia disse: «Dio mi ha dato il mio salario, per avere io dato la mia schiava a mio marito». Perciò lo chiamò Issacar. 19 Poi Lia concepì e partorì ancora un sesto figlio a Giacobbe. 20 Lia disse: «Dio mi ha fatto un bel regalo: questa volta mio marito mi preferirà, perché gli ho partorito sei figli». Perciò lo chiamò Zàbulon. 21 In seguito partorì una figlia e la chiamò Dina.

22 Poi Dio si ricordò anche di Rachele; Dio la esaudì e la rese feconda. 23 Essa concepì e partorì un figlio e disse: «Dio ha tolto il mio disonore». 24 E lo chiamò Giuseppe dicendo: «Il Signore mi aggiunga un altro figlio!».

25 Dopo che Rachele ebbe partorito Giuseppe, Giacobbe disse a Làbano: «Lasciami andare e tornare a casa mia, nel mio paese. 26 Dammi le mogli, per le quali ti ho servito, e i miei bambini perché possa partire: tu conosci il servizio che ti ho prestato». 27 Gli disse Làbano: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi… Per divinazione ho saputo che il Signore mi ha benedetto per causa tua». 28 E aggiunse: «Fissami il tuo salario e te lo darò». 29 Gli rispose: «Tu stesso sai come ti ho servito e quanti sono diventati i tuoi averi per opera mia. 30 Perché il poco che avevi prima della mia venuta è cresciuto oltre misura e il Signore ti ha benedetto sui miei passi. Ma ora, quando lavorerò anch’io per la mia casa?». 31 Riprese Làbano: «Che ti devo dare?». Giacobbe rispose: «Non mi devi nulla; se tu farai per me quanto ti dico, ritornerò a pascolare il tuo gregge e a custodirlo. 32 Oggi passerò fra tutto il tuo bestiame; metti da parte ogni capo di colore scuro tra le pecore e ogni capo chiazzato e punteggiato tra le capre: sarà il mio salario. 33 In futuro la mia stessa onestà risponderà per me; quando verrai a verificare il mio salario, ogni capo che non sarà punteggiato o chiazzato tra le capre e di colore scuro tra le pecore, se si troverà presso di me, sarà come rubato». 34 Làbano disse: «Bene, sia come tu hai detto!». 35 In quel giorno mise da parte i capri striati e chiazzati e tutte le capre punteggiate e chiazzate, ogni capo che aveva del bianco e ogni capo di colore scuro tra le pecore. Li affidò ai suoi figli 36 e stabilì una distanza di tre giorni di cammino tra sé e Giacobbe, mentre Giacobbe pascolava l’altro bestiame di Làbano.

37 Ma Giacobbe prese rami freschi di pioppo, di mandorlo e di platano, ne intagliò la corteccia a strisce bianche, mettendo a nudo il bianco dei rami. 38 Poi egli mise i rami così scortecciati nei truogoli agli abbeveratoi dell’acqua, dove veniva a bere il bestiame, proprio in vista delle bestie, le quali si accoppiavano quando venivano a bere. 39 Così le bestie si accoppiarono di fronte ai rami e le capre figliarono capretti striati, punteggiati e chiazzati. 40 Quanto alle pecore, Giacobbe le separò e fece sì che le bestie avessero davanti a sé gli animali striati e tutti quelli di colore scuro del gregge di Làbano. E i branchi che si era così costituiti per conto suo, non li mise insieme al gregge di Làbano.

41 Ogni qualvolta si accoppiavano bestie robuste, Giacobbe metteva i rami nei truogoli in vista delle bestie, per farle concepire davanti ai rami. 42 Quando invece le bestie erano deboli, non li metteva. Così i capi di bestiame deboli erano per Làbano e quelli robusti per Giacobbe. 43 Egli si arricchì oltre misura e possedette greggi in grande quantità, schiave e schiavi, cammelli e asini.

Commento

Per comprendere i testi che abbiamo letto è necessario inserirli nel contesto storico-culturale al quale appartengono. Siamo al tempo dei patriarchi e la vita dei clan era regolata da leggi rigide. Per quanto concerne il matrimonio, la legge non tollerava che un uomo sposasse una straniera; la moglie doveva essere una donna legata al clan, meglio se cugina, ossia figlia del fratello del padre. Per questo motivo, Rebecca aveva detto al marito Isacco di non volere che il figlio Giacobbe sposasse una donna ittita come aveva fatto il fratello Esaù, perciò Isacco convoca il secondogenito e gli dice:

Tu non devi prendere moglie tra le figlie di Canaan. Su, va’ in Paddan-Aram, nella casa di Betuèl, padre di tua madre, e prenditi là una moglie tra le figlie di Làbano, fratello di tua madre. Gen28,1-2.

Giacobbe si mette in viaggio, va a Carran, dallo zio Làbano, per prendere moglie. Giunto a Carran, stanco e senza forze, si ferma vicino a un pozzo, lì incontra Rachele che aveva portato il gregge ad abbeverarsi.

Si innamora della ragazza, una figlia di Labano, suo zio e la chiede in sposa. Per poterla sposare lavora sette anni. Sette anni sono lunghi da passare, ma finalmente arriva il giorno tanto atteso delle nozze. Il suocero gli concede in sposa una sua figlia, non Rachele ma Lia. Giacobbe accoglie Lia, che lui non ama; il suocero poi gli concede anche Rachele, dopo una settimana dal suo matrimonio con Lia, ma per averla dovrà lavorare altri sette anni.

Lia è feconda e ha figli, Rachele invece è sterile e perciò, data la mentalità del tempo, diventa gelosa della sorella, fino a quando “Dio si ricorda anche di lei” e le concede di diventare madre di Giuseppe.

La storia, sin dall’inizio, si profila come una storia d’amore. Il verbo amore ricorre più volte nel testo. Per amore di Rachele Giacobbe si mette a servizio di Làbano, fratello di sua madre. Rachele è bella e avvenente e ama Giacobbe, nella loro relazione emerge il primato dell’amore.

Giacobbe si innamora di Rachele ed è costretto a sposare prima Lia, se vuole poi sposare Rachele.

Lia e Rachele sono due sorelle molto diverse tra loro.

 Lia, la maggiore, rispecchia la visione tradizionale del ruolo femminile: attiva all’ombra del focolare, si identifica con la casa, con la cura del luogo dove offrire al marito, che ama, un riparo dolce e interiore.

Rachele, la minore, è la donna dello spazio aperto, esposta alla luce e all’aria senza un luogo fisso, esposta anche ai pericoli dell’esteriorità.

Giacobbe preferisce Rachele, la donna intraprendente, aperta, sicura; ma le leggi dei patriarchi sono precise e non possono essere ignorate, vanno rispettate ad ogni costo e non ha molta importanza se per essere fedele alle leggi bisogna ricorrere agli intrighi. Anche le due donne sono consenzienti, si adeguano alle leggi della tradizione.  

Rachele ama con tutta sé stessa Giacobbe, il suo amore per Giacobbe può essere paragonato all’amore della Sulammita del Cantico dei cantici per il suo sposo; purtroppo non è possibile contravvenire al diritto della primogenitura. Rachele è sottomessa e rispettosa delle leggi patriarcali e non vuole che l’amore metta in secondo piano l’etica. Ama Giacobbe, ma anche Lia sua sorella, e non vuole che sia umiliata ed esposta all’ignominia e alla vergogna. Non può gioire senza sua sorella. Si sente responsabile del destino di Lia e preferisce la salvezza della sorella alla sua gioia personale. Accetta, non subisce, la scelta del padre Làbano.

L’amore che affiora dall’insieme del racconto, dall’intreccio, non solo complesso, ma per noi, anche complicato, di vari sentimenti (amore, gelosia, invidia, imbrogli, legalismo, rigidità, tradizione, con persino una sorta di utero in affitto), è un amore che alimenta la speranza ed è reso saldo da essa. La speranza costruisce tenacemente il futuro e la sua certezza, non demorde, non si arrende, sostiene la fede e l’amore tanto di Giacobbe che delle due donne.

La tradizione ebraica vede in Rachele il servo sofferente di Is53,7 che non apre la bocca.

Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca.

È interessante questo accostamento di Rachele al servo sofferente, a colui che dona la sua vita per amore, rinuncia ai suoi diritti e ai suoi privilegi.

Il servo di Isaia, sappiamo prefigura Cristo, il figlio unigenito di Dio che non considera un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma abbassa sé stesso per amore. Rachele come il servo, prefigura l’amore gratuito e libero del Figlio di Dio.

Rachele, certo, è una donna che sa amare ma porta anche inscritti nel suo essere personale i limiti, le miserie delle creature; limiti e miserie con cui tutti noi facciamo quotidianamente i conti. Così, la Bibbia, mentre narra le scelte virtuose dei suoi personaggi, delinea chiaramente i tratti della loro umanità: potremmo dire che rivela la grandezza e insieme la miseria degli esseri umani.

La storia delle due sorelle, infatti, è anche attraversata dal limite e dal peccato. Durante la vita in comune nel matrimonio, il rapporto tra le due sorelle diventa teso a motivo dei figli. Lia, la male-amata, è feconda, ha quattro figli e una figlia: Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Dina; Rachele, invece, la donna amata, è sterile.

La sterilità è per Rachele causa di invidia e di gelosia nei confronti della sorella. Non riesce a gestire il suo limite, la sua imperfezione. Lei, che ha fatto la scelta generosa di essere seconda e non prima, concedendo alla sorella il diritto della primogenitura, ora non è in grado di accettare una minorità imposta dalla sua struttura biologica: non avere figli.

Più che un peccato, è un limite strutturale: è la donna che non accetta di non essere fino in fondo donna, di non poter generare la vita; nessuna donna può fare a meno di essere genitrice, nessuna donna può rinunciare alla maternità. La maternità è l’essenza del genere femminile, dà senso alla vita della donna. La sterilità, non a caso, nella Bibbia è considerata conseguenza di un peccato grave.

Rachele, pur di avere un figlio, segue l’esempio di Sara, utilizza lo stesso stratagemma e la sua serva Bilha dà un figlio a Giacobbe (Dan).

Anche Lia decide di ottenere dalla sua serva Zilpa altri figli a suo marito, sperando di ricevere amore; nascono Gad e Aser.

L’umiliazione di Rachele, come quella del servo sofferente, ottiene la benedizione di Dio, e giunge il tempo in cui partorisce lei stessa due figli Giuseppe e Beniamino, quest’ultimo nasce in terra Santa e Rachele muore dandolo alla luce[13].

Di Rachele si parla anche nel libro di Geremia, la matriarca era già morta, e dalle pagine del profeta emerge la figura di una donna che, nonostante si trovi nel pianto e nella sofferenza, è aperta alla speranza.

Leggiamo cosa scrive Geremia:

Così dice il Signore:
«Una voce si ode a Rama,
un lamento e un pianto amaro:
Rachele piange i suoi figli,
e non vuole essere consolata per i suoi figli,
perché non sono più» (Ger 31,15).

Papa Francesco così commenta questa breve pericope:

«In questi versetti, Geremia presenta questa donna del suo popolo, la grande matriarca della sua tribù, in una realtà di dolore e pianto, ma insieme con una prospettiva di vita impensata. Rachele, che nel racconto di Genesi era morta partorendo, e aveva assunto quella morte perché il figlio potesse vivere, ora invece, è rappresentata dal profeta come viva a Rama, lì dove si radunavano i deportati, piange per i figli che in un certo senso sono morti andando in esilio; figli che, come lei stessa dice, “non sono più”, sono scomparsi per sempre.

E per questo Rachele non vuole essere consolata. Questo rifiuto esprime la profondità del suo dolore e l’amarezza del suo pianto. Davanti alla tragedia della perdita dei figli, una madre non può accettare parole o gesti di consolazione, che sono sempre inadeguati, mai capaci di lenire il dolore di una ferita che non può e non vuole essere rimarginata. Un dolore proporzionale all’amore.

Ogni madre sa tutto questo; e sono tante, anche oggi, le madri che piangono, che non si rassegnano alla perdita di un figlio, inconsolabili davanti a una morte impossibile da accettare. Rachele racchiude in sé il dolore di tutte le madri del mondo, di ogni tempo, e le lacrime di ogni essere umano che piange perdite irreparabili.

Questo rifiuto di Rachele che non vuole essere consolata ci insegna anche quanta delicatezza ci viene chiesta davanti al dolore altrui. Per parlare di speranza a chi è disperato, bisogna condividere la sua disperazione; per asciugare una lacrima dal volto di chi soffre, bisogna unire al suo il nostro pianto. Solo così le nostre parole possono essere realmente capaci di dare un po’ di speranza. E se non posso dire parole così, con il pianto, con il dolore, meglio il silenzio; la carezza, il gesto e niente parole».

Dio, con la sua delicatezza e il suo amore, risponde al pianto di Rachele[14]; così prosegue infatti il testo di Geremia:

Dice il Signore – risponde a quel pianto:
«Trattieni il tuo pianto,
ii i tuoi occhi dalle lacrime,
perché c’è un compenso alle tue fatiche
– oracolo del Signore –:
essi torneranno dal paese nemico.
C’è una speranza per la tua discendenza
– oracolo del Signore –: i tuoi figli ritorneranno nella loro terra» (Ger 31,16-17).

Proprio per il pianto della madre, c’è ancora speranza per i figli, che torneranno a vivere. Questa donna che muore dando alla luce il figlio, è ora principio di vita nuova per i figli esiliati, prigionieri, lontani dalla patria. Al dolore e al pianto amaro di Rachele, il Signore risponde con una promessa che adesso può essere per lei motivo di vera consolazione: il popolo potrà tornare dall’esilio e vivere nella fede il proprio rapporto con Dio. Le lacrime hanno generato speranza; anche nella nostra vita, le lacrime generano speranza.

Il filo conduttore di tutta la storia di salvezza è la speranza. Abramo esultò nella speranza di vedere il suo giorno. Ha avuto le sue tentazioni sulla strada della speranza, ma ha creduto, ha obbedito, si è fidato. Questa speranza di Abramo si sublima in Cristo. La speranza cristiana è umile, è silenziosa, è forte, dà pace. È fonte di gioia, non delude, non ci fa annegare nelle tante difficoltà della vita[15]. La speranza è fondamentale nella vita del cristiano.

L’evangelista Matteo ha ripreso il testo di Geremia e lo ha applicato alla strage degli innocenti (cfr. Mt2,16-18), che ci mette di fronte alla tragedia dell’uccisione di esseri umani indifesi, all’orrore del potere che disprezza e sopprime la vita. I bambini di Betlemme muoiono a causa di Gesù; Gesù, Agnello innocente, muore per tutti noi. Così anche le lacrime di Maria, come quelle di Rachele, generano speranza e nuova vita[16].

 Anche Lia, nel racconto, deve rinunciare a qualcosa, paga un prezzo abbastanza alto. È feconda, genera la vita, ma resta la “male-amata”; l’amore che riceve dal marito non è secondo le sue attese. Sperimenta che non c’è coincidenza tra amore e matrimonio. Giacobbe ama Lia solo per il ruolo che assolve; è un amore freddo, non coinvolgente, la tiene a distanza perché la loro relazione non è espressione di un legame profondo e personale. L’amore che invece Giacobbe prova per Rachele è profondo, coinvolgente, sincero, personale.

L’amore che ha per Lia è espressione del rispetto per la persona, per la sua famiglia di appartenenza, per il padre Làbano che gliela ha imposta, più che donata, per il popolo di Israele.

Lia si pone a servizio del suo popolo, ama e rispetta il suo sposo, nel silenzio lo serve e si dona a lui per dare continuità alla storia e al destino giudaico. Lia è la donna umile, senza pretese che sa amare gratuitamente e il suo amore assume una valenza universale. Il silenzio e il nascondimento della sua vita, l’oblatività del suo amore la avvicinano a Maria.

Rachele e Lia incarnano e inaugurano la storia della elezione e della promessa. Essa non può essere pensata come appannaggio degli uomini, come esclusività di una preoccupazione e di un dovere maschili, ma resta legata, ad ogni tappa della sua realizzazione, all’avvenimento della coppia umana. La mediazione femminile è necessaria alla pace e la pace non può realizzarsi senza il pieno riconoscimento del volto femminile.

La pace inizia lì dove, con Rachele e Lia, emerge la responsabilità della condivisione del dolore dell’altro in una dimensione messianica di redenzione e di liberazione.

La tradizione ebraica onora ambedue le matriarche, che incarnano la dualità, la dialettica Israele-diaspora: la madre dell’esilio è Rachele; la storia di Israele sulla sua terra è quella di Lia.

Ora che i figli di Lia sono ritornati alla Terra Santa e possono unirsi ai figli di Rachele, ancora dispersi tra le Nazioni, non è giunto il momento di ascoltare la voce di queste due donne? Voce che invita a vigilare, fino al giorno della venuta del messia e della risurrezione, sulla sorte del piccolo, del povero, dell’infelice, non soltanto perché questa è l’unica via che porta alla conoscenza di Dio, ma perché solo così prende senso la speranza messianica.

Preghiera conclusiva

Mio Signore e mio Dio,

mi hai guidato per una via lunga ed oscura,

sassosa e dura.

Spesso volevano venirmi meno le forze,

quasi mai più speravo di vedere la luce.

Ma quando nel più profondo dolore, stava indurendosi il mio cuore,

allora spuntò per me una limpida dolce stella.

Mi condusse fedelmente, io la seguii, esitante dapprima, poi sempre più sicura.


[1] Cfr. Anna Maria Cànopi, Con cuore di madre. Vocazione e missione della donna, Abbazia Benedettina Mater Ecclesia, 2016, p. 31.

[2] I pochi altri accenni alla moglie di Manòach si trovano nella storia della prima moglie di Sansone, la donna di Timna. Cfr. Gdc14,1-15,6.

[3] Il tempo dei Giudici si colloca in un momento preciso della vita del popolo di Israele, tra l’uscita dall’Egitto e la prima Monarchia: il tempo del nomadismo. Si tratta di circa duecento anni in cui le dodici tribù di Israele si organizzarono con efficacia; ogni gruppo/tribù si dotò di un apparato militare e un gruppo di saggi, ed elesse una figura carismatica, il Giudice, che radunava in sé il potere legislativo, giudiziario ed esecutivo. Si trattava di un vero leader chiamato a guidare la propria tribù: in tempo di pace era una figura di garanzia fra le parti, ma in tempo di guerra diventava capo supremo dell’esercito.

[4] Cfr. J. Clinton McCann, Giudici, Claudiana, 2009, pp. 123-124.

[5] Il figlio che nascerà sarà un Nazireo. Il termine Nazireo significata consacrato o separato, ossia indirizzato al servizio di Dio e capace di condurre altri in questa direzione. Per l’ampiezza della crisi che sta vivendo il popolo di Israele, questo nazireato dovrebbe durare tutta la vita, ecco perché dovrà essere consacrato fin dal seno di sua madre.

[6] Tra i molti giudici delle dodici tribù di Israele emerse un uomo d’armi; il suo nome era Iefte, che da guerriero esperto attraversò Gàlaad e Manàsse, passò a Mizpa di Gàlaad e da lì raggiunse gli Ammoniti. Iefte fece voto al Signore e disse: «Se tu mi metti nelle mani gli Ammoniti, la persona che uscirà per prima dalle porte di casa mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso dagli Ammoniti, sarà per il Signore e io l’offrirò in olocausto». Quindi Iefte raggiunse gli Ammoniti per combatterli e il Signore glieli mise nelle mani. Egli li sconfisse da Aroer fin verso Minnit, prendendo loro venti città, e fino ad Abel-Cheramin. Così gli Ammoniti furono umiliati davanti agli Israeliti.

Poi Iefte tornò a Mizpa, verso casa sua; ed ecco uscirgli incontro la figlia, con timpani e danze. Era l’unica figlia: non aveva altri figli, né altre figlie. Appena la vide, si stracciò le vesti e disse: «Figlia mia, tu mi hai rovinato! Anche tu sei con quelli che mi hanno reso infelice! Io ho dato la mia parola al Signore e non posso ritirarmi». Essa gli disse: «Padre mio, se hai dato parola al Signore, fa’ di me secondo quanto è uscito dalla tua bocca, perché il Signore ti ha concesso vendetta sugli Ammoniti, tuoi nemici». Quindi, la giovane disse al padre: «Mi sia concesso questo: lasciami libera, per due mesi, perché io vada errando per i monti a piangere la mia verginità, con le mie compagne». Egli le rispose: «Va’!», e la lasciò andare per due mesi. Essa se ne andò con le compagne e pianse sui monti la sua verginità. Alla fine dei due mesi tornò dal padre ed egli fece di lei quello che aveva promesso con voto. Essa non aveva conosciuto uomo; di qui venne in Israele questa usanza: ogni anno le fanciulle d’Israele vanno a piangere la figlia di Iefte, per quattro giorni.

[7] Cfr. J. Clinton McCann, Giudici, Claudiana, 2009, p. 125.

[8] Lo stesso dogma mariano, ricondotto alla sua formula universale, significa il cooperare della creatura al mistero della redenzione.Cfr. G. van Le Fort, La donna eterna, estrella de Oriente, 2015, p.24.

[9] Cfr. G. van Le Fort, La donna eterna, estrella de Oriente, 2015, p.43.

[10] Cfr. A.M.Canopi, Con cuore di madre. Vocazione e missione della donna, Abbazia Benedettina Mater Ecclesia, 2016, pp. 31-32.

[11]Papa Francesco, La Chiesa è donna, p.76.

[12] Spesso il ruolo delle matriarche è eclissato da quello dei patriarchi, perché il racconto biblico rappresenta questi ultimi come protagonisti e perché i sacerdoti che ne raccontano le vicende sono maschi.

[13] Rachele è anche la donna del cammino, del viaggio ecco perché il suo ultimo figlio nasce nella terra promessa.

[14] Il Dio d’Israele è un dio fedele, vivente, “che ricorda” le sue creature e le sue promesse: la discendenza come la sabbia del mare.

[15] Cfr. Papa Francesco, Messa a Santa Marta, 17/03/2016.

[16] Papa Francesco, Udienza generale, 4/01/2017.