Ieri 14 ottobre abbiamo iniziato i nostri esercizi spirituali annuali con Sr. Tina Carbone, Suora della Carità, docente presso l’Istituto Teologico Calabro “San Pio X”. Il tema, quanto mai interessante e per noi sempre bello, è: “Il contributo delle donne della Bibbia alla storia della salvezza” Abbiamo cominciato con la profetessa Culda di 2 Re 22,1-20 e la donna di Tekòa 2 Sam 14, 1-33. Molti dei nostri amici virtuali ci hanno chiesto di condividere questi giorni di grazia e così Sr. Tina ci ha autorizzato, ad    inserire le sue meditazioni sul nostro Sito giorno per giorno.

Prima meditazione del 14 ottobre 2019 (mattino)

Culda – Il dono della Profezia

Dedichiamo la meditazione di oggi a una donna dell’Antico Testamento, la profetessa Culda. Ci introduciamo leggendo quanto scrive Anna Maria Cànopi nel suo testo Liturgia del silenzio[1].

Anche quando è privata della parola

la profetessa è un segno

in mezzo alle sorelle e ai fratelli:

è segno del silenzio di Dio,

del dolore di Dio

per l’infedeltà del suo popolo.

È segno tremendo per il popolo

che, in questo modo,

sente incombere su di sé

la minaccia dell’assenza di Dio[2].

Preghiera iniziale


O Dio, tu sei il mio Dio

all’aurora ti cerco,

di te ha sete l’anima mia,

a te anela la mia carne

come terra deserta, arida, senz’acqua.

Così nel santuario ti ho cercato,

per contemplare la tua potenza e la tua gloria.

Poiché la tua grazia vale più della vita,

le mie labbra diranno la tua lode.

Introduzione

È abbastanza usuale, leggendo l’Antico Testamento, imbattersi nella figura di donne profetesse[3]. Alcune di loro sono molto conosciute, come Maria la sorella di Aronne e di Mosè, Deborah, Anna, Ester; altre invece sono meno note, o quasi sconosciute, come Culda e la donna di Tekoa[4], della quale non si conosce neppure il nome; altre ancora sono considerate false profetesse (cfr. Ez 13,17-23) e spesso entrano in conflitto con le figure istituzionali d’Israele, come Noadia nel libro di Neemia (cfr. Ne 6,14).

Potrebbe sorprenderci il fatto che, in un contesto, che per lo più umilia le donne, venga affidato ad esse un compito molto delicato, quello di mediare, interpretare e comunicare la volontà di Dio: e invece non può essere considerato un evento straordinario, se teniamo presente che l’antropologia culturale ci ha fornito documentate testimonianze della presenza, nelle religioni arcaiche, del femminile come elemento originario di vita, fecondità, abbondanza.

Nel periodo neolitico, per esempio, gli uomini, diventati allevatori e agricoltori, scoprono che la terra è fertile e feconda, elargisce frutti che servono a sfamare uomini e armenti: la terra è dunque una madre prodiga, che deriva la sua forza vitale dalla dea madre, l’idolo femminile adorato e venerato come un essere supremo che sovrasta tutte le forze non solo soprannaturali.

Le divinità femminili inoltre si manifestano in diversi modi. Le espressioni più interessanti sono le ierofanie[5] umane della dea madre; per esempio, nei palazzi di Creta la divinità si manifesta nelle sacerdotesse; nel tempio induista dedicato alla vergine Kumari, la dea che viene adorata nel primo giorno di luna piena e si mostra prima in una bambina di un anno, e nei giorni successivi in bambine e fanciulle di età differenti.

La religione ebraica, non venera divinità femminili ma l’unico Dio, che, manifestandosi ad Abramo, rivela il suo nome, né maschile né femminile, ma esplicativo della sua esistenza: Io sono colui che sono[6].

E anche nella religione ebraica l’elemento femminile è presente: in molti casi, lo sappiamo, le donne svolgono funzioni e ruoli vitali per la sopravvivenza del popolo di Israele; grazie alla loro audacia, all’impegno, alla lungimiranza, e anche alla loro astuzia, risolvono situazioni apparentemente irrisolvibili, interpretano eventi alla luce della Parola di Dio e spesso fungono da mediatrici tra il popolo e Dio.

Sara e Agar, Rebecca, Rachele, Lia, Dina, Tamar, Rahab, Rut, Betsabea, le innumerevoli donne di Davide e Salomone, la pitonessa di Endor che Saul va a consultare, Culda la profetessa, le regine Iezabele, Atalia, Ester, Giuditta, Giaele, la Sulammita del Cantico, sono alcuni esempi di donne, tra decine di altri, che hanno in vario modo contribuito a scrivere la storia della salvezza.

Culda è il primo personaggio femminile che darà lo spunto per la vostra meditazione. Ella riceve da Dio il dono della profezia.

Leggiamo i testi.

Lettura dei testi

I testi di riferimento sono due: 2Re 22,1-20 e 2Cr 34,1-33.

2Re22,1-20

1Quando divenne re, Giosia aveva otto anni; regnò trentun anni a Gerusalemme. Sua madre, di Boskat, si chiamava Iedidà, figlia di Adaià.

2Fece ciò che è retto agli occhi del Signore, seguendo in tutto la via di Davide, suo padre, senza deviare né a destra né a sinistra.

3Nell’anno diciottesimo del re Giosia, il re mandò Safan, figlio di Asalia, figlio di Mesullàm, scriba, nel tempio del Signore, dicendo: 4«Sali da Chelkia, il sommo sacerdote, perché metta assieme il denaro depositato nel tempio del Signore, che i custodi della soglia hanno raccolto dal popolo. 5Lo si dia in mano agli esecutori dei lavori, sovrintendenti al tempio del Signore; costoro lo diano agli esecutori dei lavori che sono nel tempio del Signore, per riparare le parti danneggiate del tempio, 6ossia ai falegnami, ai costruttori e ai muratori, per l’acquisto di legname e pietre da taglio per riparare il tempio. 7Tuttavia non si controlli il denaro consegnato nelle loro mani, perché lavorano con onestà».

8Il sommo sacerdote Chelkia disse allo scriba Safan: «Ho trovato nel tempio del Signore il libro della legge». Chelkia diede il libro a Safan, che lo lesse. 9Lo scriba Safan quindi andò dal re e lo informò dicendo: «I tuoi servitori hanno versato il denaro trovato nel tempio e l’hanno consegnato in mano agli esecutori dei lavori, sovrintendenti al tempio del Signore». 10Poi lo scriba Safan annunciò al re: «Il sacerdote Chelkia mi ha dato un libro». Safan lo lesse davanti al re.

11Udite le parole del libro della legge, il re si stracciò le vesti. 12Il re comandò al sacerdote Chelkia, ad Achikàm figlio di Safan, ad Acbor, figlio di Michea, allo scriba Safan e ad Asaià, ministro del re: 13«Andate, consultate il Signore per me, per il popolo e per tutto Giuda, riguardo alle parole di questo libro ora trovato; grande infatti è la collera del Signore, che si è accesa contro di noi, perché i nostri padri non hanno ascoltato le parole di questo libro, mettendo in pratica quanto è stato scritto per noi».

14Il sacerdote Chelkia, insieme con Achikàm, Acbor, Safan e Asaià, si recò dalla profetessa Culda, moglie di Sallum, figlio di Tikva, figlio di Carcas, custode delle vesti, la quale abitava nel secondo quartiere di Gerusalemme; essi parlarono con lei 15ed ella rispose loro: «Così dice il Signore, Dio d’Israele: “Riferite all’uomo che vi ha inviati da me: 16Così dice il Signore: Ecco, io farò venire una sciagura su questo luogo e sui suoi abitanti, conformemente a tutte le parole del libro che ha letto il re di Giuda, 17perché hanno abbandonato me e hanno bruciato incenso ad altri dèi per provocarmi a sdegno con tutte le opere delle loro mani; la mia collera si accenderà contro questo luogo e non si spegnerà!”. 18Al re di Giuda, che vi ha inviati a consultare il Signore, riferirete questo: “Così dice il Signore, Dio d’Israele: Quanto alle parole che hai udito, 19poiché il tuo cuore si è intenerito e ti sei umiliato davanti al Signore, all’udire quanto ho proferito contro questo luogo e contro i suoi abitanti, per farne motivo di orrore e di maledizione, e ti sei stracciato le vesti e hai pianto davanti a me, anch’io ho ascoltato, oracolo del Signore! 20Per questo, ecco, io ti riunirò ai tuoi padri e sarai loro riunito nel tuo sepolcro in pace e i tuoi occhi non vedranno tutta la sciagura che io farò venire su questo luogo”». Quelli riferirono il messaggio al re.

2Cr34,1-33

1Quando divenne re, Giosia aveva otto anni; regnò trentun anni a Gerusalemme.

2Fece ciò che è retto agli occhi del Signore, seguendo le vie di Davide, suo padre, senza deviare né a destra né a sinistra

3Nell’anno ottavo del suo regno, quando era ancora un ragazzo, cominciò a cercare il Dio di Davide, suo padre. Nel dodicesimo anno cominciò a purificare Giuda e Gerusalemme dalle alture, dai pali sacri e dalle immagini scolpite o fuse. 4Sotto i suoi occhi furono demoliti gli altari dei Baal, infranse gli altari per l’incenso che vi erano sopra, distrusse i pali sacri e le immagini scolpite o fuse, riducendoli in polvere, che sparse sui sepolcri di coloro che avevano sacrificato a tali cose. 5Le ossa dei sacerdoti le bruciò sui loro altari; così purificò Giuda e Gerusalemme. 6Lo stesso fece nelle città di Manasse, di Èfraim e di Simeone fino a Nèftali, nei loro villaggi circostanti. 7Demolì gli altari, fece a pezzi i pali sacri e gli idoli, in modo da ridurli in polvere, demolì tutti gli altari per l’incenso in tutta la terra d’Israele; poi fece ritorno a Gerusalemme.


8Nell’anno diciottesimo del suo regno, dopo aver purificato la terra e il tempio, mandò Safan, figlio di Asalia, Maasia, governatore della città, e Iòach, figlio di Ioacàz, archivista, per restaurare il tempio del Signore, suo Dio. 9Costoro si presentarono al sommo sacerdote Chelkia e gli consegnarono il denaro depositato nel tempio di Dio; l’avevano raccolto i leviti custodi della soglia da Manasse, da Èfraim e da tutto il resto d’Israele, da tutto Giuda, da Beniamino e dagli abitanti di Gerusalemme. 10Lo misero in mano agli esecutori dei lavori, sovrintendenti al tempio del Signore, ed essi lo diedero agli esecutori dei lavori che lavoravano nel tempio del Signore per consolidare e riparare il tempio. 11Lo diedero ai falegnami e ai muratori per l’acquisto di pietre da taglio e di legname per l’armatura e la travatura dei locali lasciati rovinare dai re di Giuda.

12Quegli uomini lavoravano con onestà; erano stati loro preposti per la direzione Iacat e Abdia, leviti dei figli di Merarì, Zaccaria e Mesullàm, dei figli di Keat. Leviti esperti di strumenti musicali 13sorvegliavano i portatori e dirigevano quanti compivano lavori di qualsiasi genere; altri leviti erano scribi, ispettori e portieri.

14Mentre si prelevava il denaro depositato nel tempio del Signore, il sacerdote Chelkia trovò il libro della legge del Signore, data per mezzo di Mosè. 15Chelkia prese a parlare e disse allo scriba Safan: «Ho trovato nel tempio del Signore il libro della legge». Chelkia diede il libro a Safan. 16Safan portò il libro dal re; egli inoltre lo informò dicendo: «Quanto è stato ordinato, i tuoi servitori lo eseguono. 17Hanno versato il denaro trovato nel tempio del Signore e l’hanno consegnato in mano ai sorveglianti e agli operai». 18Poi lo scriba Safan annunciò al re: «Il sacerdote Chelkia mi ha dato un libro». Safan ne lesse una parte davanti al re. 19Udite le parole della legge, il re si stracciò le vesti. 20Il re comandò a Chelkia, ad Achikàm, figlio di Safan, ad Abdon, figlio di Mica, allo scriba Safan e ad Asaià, ministro del re: 21«Andate, consultate il Signore per me e per quanti sono rimasti in Israele e in Giuda riguardo alle parole del libro che è stato trovato; grande infatti è la collera del Signore, che si è riversata su di noi, perché i nostri padri non hanno ascoltato le parole del Signore, mettendo in pratica quanto sta scritto in questo libro».

22Chelkia, insieme con coloro che il re aveva designato, si recò dalla profetessa Culda, moglie di Sallum, figlio di Tokat, figlio di Casra, custode delle vesti, la quale abitava nel secondo quartiere di Gerusalemme. Le parlarono in tal senso 23ed ella rispose loro: «Così dice il Signore, Dio d’Israele: “Riferite all’uomo che vi ha inviati da me: 24Così dice il Signore: Ecco, io farò venire una sciagura su questo luogo e sui suoi abitanti, tutte le maledizioni scritte nel libro letto davanti al re di Giuda, 25perché hanno abbandonato me e hanno bruciato incenso ad altri dèi per provocarmi a sdegno con tutte le opere delle loro mani; la mia collera si riverserà contro questo luogo e non si spegnerà!”. 26Al re di Giuda, che vi ha inviati a consultare il Signore, riferirete questo: “Così dice il Signore, Dio d’Israele: Quanto alle parole che hai udito, 27poiché il tuo cuore si è intenerito e ti sei umiliato davanti a Dio, all’udire le sue parole contro questo luogo e contro i suoi abitanti, poiché ti sei umiliato davanti a me, ti sei stracciato le vesti e hai pianto davanti a me, anch’io ho ascoltato, oracolo del Signore! 28Ecco, io ti riunirò ai tuoi padri e sarai loro riunito nel tuo sepolcro in pace e i tuoi occhi non vedranno tutta la sciagura che io farò venire su questo luogo e sui suoi abitanti”». Quelli riferirono il messaggio al re.
29Allora il re mandò a radunare tutti gli anziani di Giuda e di Gerusalemme. 30Il re salì al tempio; erano con lui tutti gli uomini di Giuda, gli abitanti di Gerusalemme, i sacerdoti, i leviti e tutto il popolo, dal più grande al più piccolo. Lesse alla loro presenza tutte le parole del libro dell’alleanza, trovato nel tempio del Signore. 31Il re, in piedi presso la colonna, concluse l’alleanza davanti al Signore, per seguire il Signore e osservare i suoi comandi, le istruzioni e le leggi con tutto il suo cuore e con tutta la sua anima, per mettere in pratica le parole dell’alleanza scritte in quel libro. 32Fece impegnare quanti si trovavano a Gerusalemme e in Beniamino. Gli abitanti di Gerusalemme agirono secondo l’alleanza di Dio, Dio dei loro padri. 33Giosia rimosse tutti gli abomini da tutti i territori appartenenti agli Israeliti; costrinse quanti si trovavano in Israele a servire il Signore, loro Dio. Finché egli visse, non desistettero dal seguire il Signore, Dio dei loro padri.

Spunti per la meditazione

La nostra meditazione si apre con una domanda “di ripasso”: Chi è il profeta?

Il profeta è un uomo di Dio, è un messaggero della sua parola nella storia e per la storia; attraverso il profeta Dio parla al suo popolo.

L’unico riferimento del profeta è la Parola di Dio, non ha altri testi e documenti; invita sempre ad ascoltare la Parola, la cui efficacia va al di là delle sue stesse possibilità di comprendere. È un personaggio pubblico, conosciuto perché:

– annuncia e interpreta la Parola senza timore e con fiducia nella verità che proclama;

– denuncia persone, situazioni, fatti che inducono il popolo ad allontanarsi dalla strada maestra.

Come ministro della Parola il profeta utilizza un linguaggio già elaborato, ma che continua ad usare arricchendolo; spesso i suoi testi profetici sono testi di poesia e di letteratura.

La Bibbia narra di profeti i cui oracoli sono diventati libri, ma anche di molti altri che non sono autori di testi ma sulla cui vicenda profetica possediamo molti racconti: pensiamo ad Elia ed Eliseo. Alle profetesse, purtroppo, non è stato attribuito alcun libro.

L’azione profetica si inserisce sempre in un quadro storico e sociale ben definito e dal quale non si può prescindere, perché il profeta è la sentinella che osserva con esattezza e occhio penetrante la scena del presente e i possibili cambiamenti futuri, e in essa immette il lievito della Torah, facendone memoria e predizione. Il suo oracolo è disposizione concreta, interpretazione dei fatti storici, soprattutto presenti e imminenti, è accusa e condanna, enunciazione di un castigo, ma anche, dopo il pentimento, promessa di liberazione e di salvezza.

Chi profetizza [maschio o femmina] sa che per Israele la Torah è un dono e un’esigenza, segno della promessa incondizionata e gratuita di Jahvè, ma anche di un patto esigente e impegnativo: essa è come la siepe che protegge il dono prezioso dell’alleanza e indica la via per raggiungere la libertà. La parola del profeta getta uno sguardo positivo sul mondo, sul lavoro, sull’essere umano, perché egli/ella legge la storia ricordando nel presente quel “In principio” della creazione intessuta dall’amore materno di Dio. Un imprinting materno che non permette di lasciarsi cadere le braccia e anzi nutre una speranza più forte della disperazione.

Il ruolo del profeta nella Bibbia è più importante dello stesso sacerdozio, e il dono della profezia è conferito indistintamente sia agli uomini sia alle donne: non si diventa profeti per propria volontà, ma perché Dio così ha liberamente scelto, e lo ha concesso a uomini e donne.

Torniamo a Culda

Siamo nel regno di Giosia, definito come il migliore re di Giuda, divenuto re all’età di 8 anni, in un contesto di grande corruzione, all’inizio di una svolta nella storia del suo popolo.

L’Assiria cominciava ad indebolirsi: Dal 626, quando Nabopalassar si ribellò, al 612, quando Ninive fu distrutta, il declino dell’Assiria fu costante, mentre i Medi e i Babilonesi erano in ascesa. Si presentò a Giosia l’opportunità di affermare l’indipendenza di Giuda, sia politica che religiosa.

Egli portò a termine la riforma religiosa impostata da Ezechia, la adattò al Deuteronomio (per questo è denominata “deuteronomista”), e ne acquisì gli ideali della centralizzazione del culto e la condanna dell’idolatria.

Giosia portò a termine la riforma religiosa grazie all’intervento della profetessa Culda (2Re 22,14-20)[7], la quale fu consultata dai collaboratori del re sull’autenticità del Libro della legge ritrovato nel tempio durante i lavori di ristrutturazione.

Nel testo del libro dei Re, precisamente in 2Re 22,13, che narra l’evento del ritrovamento del Libro, l’autore biblico utilizza l’espressione «consultate il Signore»: è una formula tecnica che indica la necessità di ascoltare qualcuno capace di interpretare il testo, un profeta, dunque, che abbia l’autorità di decidere il valore del libro, le cui parole suonano come una condanna a causa della corruzione e dell’infedeltà di cui il popolo, dimenticando la Parola del Signore, si era reso protagonista.

Il narratore ci informa che il sacerdote Chelkia, insieme con Achikàm, Acbor, Safan e Asaià, si recò dalla profetessa Culda.

La profetessa pronunciò il suo oracolo, che si realizzò molti anni dopo.

La profetessa Culda

È il personaggio centrale della narrazione. qqq EserEsercita il ministero profetico nello stesso periodo di due altri personaggi a noi ben più noti: il profeta Geremia e il profeta Sofonia, che non sono consultati da Chelkia, probabilmente perché Culda in quel momento è meglio conosciuta, riveste un ruolo importante nel contesto socio-politico di Israele[8], è molto stimata per l’autorevolezza della sua profezia. È un particolare di cui tenere conto il fatto che due porte della città di Gerusalemme portano il suo nome.

Di Culda sappiamo poco altro. Dai due testi 2Re22 e 2Cr34 ricaviamo che è moglie di Sallum, figlio di Tikva, figlio di Carcas, custode delle vesti, abita nel secondo quartiere di Gerusalemme e svolge il suo mandato profetico in un momento particolarmente difficile della storia di Israele. Sono pochi dettagli, ma sufficienti per capire che ci troviamo di fronte a una donna pienamente inserita nella vita sociale e politica del suo tempo.

Il re vuole ascoltare il suo parere sull’autenticità del Libro della legge ritrovato nel tempio durante i lavori di ristrutturazione. I testi ci dicono che, consultata dagli inviati del re, così risponde:

«Così dice il Signore mio e  Dio d’Israele: “Riferite all’uomo che vi ha inviati da me: Così dice il Signore: Ecco, io farò venire una sciagura su questo luogo e sui suoi abitanti, conformemente a tutte le parole del libro che ha letto il re di Giuda, perché hanno abbandonato me e hanno bruciato incenso ad altri dèi per provocarmi a sdegno con tutte le opere delle loro mani; la mia collera si accenderà contro questo luogo e non si spegnerà!”» (2Re 22,14-17).

Culda è sicuramente una donna colta, come tutti i profeti. Ascolta i collaboratori del re, risponde alla domanda, molto impegnativa, sulla valutazione del testo e non solo: il suo oracolo va oltre le attese dei presenti, perché interpreta il Libro della legge come una Parola di Dio rivolta al popolo e al re.

 «Così dice il Signore, Dio d’Israele» (v. 15). Culda comincia con sicurezza, con una formula solenne, che può usare perché sa di essere una vera profetessa e che questo suo ruolo è riconosciuto dal popolo.

Le parole che nella prima parte dell’oracolo pronuncia sono molto dure: annuncia in modo perentorio il castigo divino, esplicitando chiaramente quanto lontano si trova il popolo dedito alle pratiche idolatriche da ciò che le parole del rotolo esigono. Annuncia sciagure e punizioni e le pronuncia con fermezza e determinazione. Non ha paura, perché è consapevole che sta parlando in nome di Dio.

Nella seconda parte, conoscendo la pietà di Giosia, Culda annuncia al sovrano che lui non vedrà la sciagura e che morirà in pace.

L’oracolo non si è realizzato subito, né esattamente nei termini proferiti dalla profetessa (2Re 22, 15-20; 2Cr 34, 23-28). Giosia, infatti, morì in battaglia, probabilmente per mano di chi sosteneva una politica filoegiziana, avversa alla sua. Tuttavia possiamo affermare che la profezia era corretta, perché il carisma profetico non consiste nel predire il futuro, ma nel discernere la Parola di Dio, nel saper valutare il presente con gli occhi di Dio e fare conoscere la sua volontà.

Lei ha capito che la nazione stava per attraversare una crisi profonda e che per superarla l’unica via era di mettere in pratica le parole del rotolo.

Messo in guardia dalla profetessa il re non esitò ad indire una riforma civile e religiosa di ampio respiro, aborrì ogni forma di idolatria, centralizzò il culto a Gerusalemme e tentò di unificare la nazione, e fu preservato dal vedere la rovina di Giuda[9] perché era giusto e aveva saputo mostrare pentimento per la condotta corrotta del suo popolo.

Culda è sicuramente un esempio molto chiaro della missione profetica femminile. È l’unica profetessa di cui l’Antico Testamento ha custodito e trasmesso l’oracolo: se di Miriam e Debora i testi conservano i cantici che portano i loro nomi, Culda è ricordata proprio per le parole inviate a Giosia.

La critica letteraria esercitata fino a poco tempo fa quasi solo da uomini, ha suggerito diversi motivi per giustificare la scelta di interpellare Culda e non Geremia o Sofonia. Eccone alcuni:

  1. Viene interpellata Culda perché Geremia in quel tempo aveva troppo da fare;
  2. Giosia si aspetta da una donna una parola meno dura, più dolce di quella che potrebbe pronunciare Geremia;
  3. verosimilmente Geremia, nel 622, anno del ritrovamento del rotolo, non si è ancora affermato come profeta e non può essere consultato ufficialmente per una questione che riguarda l’intera nazione;
  4. Culda ha sposato il guardarobiere del palazzo regale (2Re 22,14; 2Cr 34,22), si può supporre che sia conosciuta dal re[10].

Di fatto Culda, una donna, è la prima figura biblica in assoluto chiamata a valutare il carattere sacro di un testo scritto. La sua missione profetica è prova evidente della centralità del ruolo di alcune donne nella vita sociale e religiosa di Israele.

Culda analogamente a Maria: il carisma profetico di entrambe si alimenta alla mensa della Parola e attinge alla fonte dell’acqua viva che è la volontà di Dio.  

Pensiamo al Magnificat, un canto di lode, ma anche un oracolo profetico.

Maria loda il Signore per le grandi opere che egli ha compiuto nella sua vita; è consapevole della sua povertà, ma sa di essere stata scelta dall’Onnipotente per collaborare alla sua opera di salvezza.

Il Magnificat è la narrazione degli interventi di Dio nella storia passata, presente e anche futura; ricordandoli e contemplandolo, Maria diventa profetessa, in quanto si trova a proclamare la santità, l’onnipotenza e la bontà di Dio e la definitiva libertà del popolo di Israele: il suo oracolo può essere considerato anche come un proclama politico.

Edith Stein, una donna attenta alla questione femminile, a proposito di Maria scrive:

«Il cardinale Faulhaber spiegando la strofa centrale del Magnificat si interroga: ‘Chi può dire ancora che la politica non ha nulla a che fare con la religione, e che le anime orientate verso e soprattutto le donne devono tenersi lontane dalla vita pubblica? Se la Vergine di Nazareth, nel silenzio e nella pace della sua anima tutta assorta in Dio salvatore, si interessa, nella strofa centrale del Magnificat, della scena di questo mondo, è possibile che l’uomo religioso – e non meno la donna – resti indifferente (…)?’. Notiamo bene: si tratta di Maria, il tipo ideale di donna».[11]

Preghiera del Magnificat

Seconda meditazione del 14 ottobre 2019 (pomeriggio)

La donna di Tekòa

Il dono della saggezza

La donna di Tekòa è saggia e leale, prudente; la dolcezza del suo tratto raggiunge il cuore di Davide e le sue parole, scelte e ponderate, hanno il potere di capovolgere le situazioni apparentemente irremovibili.

Preghiera iniziale

Una donna perfetta chi potrà trovarla?

Ben superiore alle perle è il suo valore.

In lei confida il cuore del marito

e non verrà a mancargli il profitto.

Essa gli dà felicità e non dispiacere

per tutti i giorni della sua vita.

….

Apre la bocca con saggezza

E nella sua lingua c’è dottrina di bontà.

Fallace è la grazia e vana è la bellezza,

ma la donna che teme Dio è da lodare.

Datele del frutto delle sue mani

e le sue stesse opere la lodino alle porte della città. (Pr31)

Introduzione

La donna di Tekòa non ha nome, non conosciamo nulla della sua famiglia, sappiamo soltanto che viveva a Tekòa, un villaggio 10 Km a Sud di Betlemme, nel pieno deserto di Giuda, noto perché in esso era nato il profeta Amos (VIII secolo a.C).

Di lei si parla in 2Sam14,1-33, si dice che fu una donna saggia e coraggiosa, vissuta in un momento molto delicato del regno del re Davide.

Leggiamo il testo.  

Lettura del testo

(2 Sam14,1-33).

«1 Ioab figlio di Zeruià si accorse che il cuore del re era contro Assalonne. 2 Allora mandò a chiamare a Tekòa e fece venire una donna saggia e le disse: «Fingi di essere in lutto: mettiti una veste da lutto, non ti ungere con olio e comportati da donna che pianga da molto tempo un morto; 3 poi entra presso il re e parlagli così e così». Ioab le mise in bocca le parole da dire. 4 La donna di Tekòa andò dunque dal re, si gettò con la faccia a terra, si prostrò e disse: «Aiuto, o re!». 5 Il re le disse: «Che hai?». Rispose: «Ahimè! Io sono una vedova; mio marito è morto. 6 La tua schiava aveva due figli, ma i due vennero tra di loro a contesa in campagna e nessuno li separava; così uno colpì l’altro e l’uccise. 7 Ed ecco tutta la famiglia è insorta contro la tua schiava dicendo: consegnaci l’uccisore del fratello, perché lo facciamo morire per vendicare il fratello che egli ha ucciso. Elimineranno così anche l’erede e spegneranno l’ultima brace che mi è rimasta e non lasceranno a mio marito né nome, né discendenza sulla terra». 8 Il re disse alla donna: «Va’ pure a casa: io darò ordini a tuo riguardo». 9 La donna di Tekòa disse al re: «Re mio signore, la colpa cada su di me e sulla casa di mio padre, ma il re e il suo trono sono innocenti». 10 E il re: «Se qualcuno parla contro di te, conducilo da me e vedrai che non ti molesterà più». 11 Riprese: «Il re pronunzi il nome del Signore suo Dio perché il vendicatore del sangue non aumenti la disgrazia e non mi sopprimano il figlio». Egli rispose: «Per la vita del Signore, non cadrà a terra un capello di tuo figlio!». 12 Allora la donna disse: «La tua schiava possa dire una parola al re mio signore!». Egli rispose: «Parla». 13 Riprese la donna: «Allora perché pensi così contro il popolo di Dio? Intanto il re, pronunziando questa sentenza si è come dichiarato colpevole, per il fatto che il re non fa ritornare colui che ha bandito. 14 Noi dobbiamo morire e siamo come acqua versata in terra, che non si può più raccogliere, e Dio non ridà la vita. Il re pensi qualche piano perché il proscritto non sia più bandito lontano da lui. 15 Ora, se io sono venuta a parlare così al re mio signore, è perché la gente mi ha fatto paura e la tua schiava ha detto: Voglio parlare al re; forse il re farà quanto gli dirà la sua schiava; 16 il re ascolterà la sua schiava e la libererà dalle mani di quelli che cercano di sopprimere me e mio figlio dalla eredità di Dio». 17 La donna concluse: «La parola del re mio signore conceda la calma. Perché il re mio signore è come un angelo di Dio per distinguere il bene e il male. Il Signore tuo Dio sia con te!». 18 Il re rispose e disse alla donna: «Non tenermi nascosto nulla di quello che io ti domanderò». La donna disse: «Parli pure il re mio signore». 19 Disse il re: «La mano di Ioab non è forse con te in tutto questo?». La donna rispose: «Per la tua vita, o re mio signore, non si può andare né a destra né a sinistra di quanto ha detto il re mio signore! Proprio il tuo servo Ioab mi ha dato questi ordini e ha messo tutte queste parole in bocca alla tua schiava. 20 Per dare alla cosa un’altra faccia, il tuo servo Ioab ha agito così; ma il mio signore ha la saggezza di un angelo di Dio e sa quanto avviene sulla terra».

21 Allora il re disse a Ioab: «Ecco, voglio fare quello che hai chiesto; va’ dunque e fa’ tornare il giovane Assalonne». 22 Ioab si gettò con la faccia a terra, si prostrò, benedisse il re e disse: «Oggi il tuo servo sa di aver trovato grazia ai tuoi occhi, re mio signore, poiché il re ha fatto quello che il suo servo gli ha chiesto». 23 Ioab dunque si alzò, andò a Ghesùr e condusse Assalonne a Gerusalemme. 24 Ma il re disse: «Si ritiri in casa e non veda la mia faccia». Così Assalonne si ritirò in casa e non vide la faccia del re.

25 Ora in tutto Israele non vi era uomo che fosse tanto lodato per la sua bellezza quanto Assalonne; dalle piante dei piedi alla cima del capo, non vi era in lui un difetto alcuno. 26 Quando si faceva tagliare i capelli, e se li faceva tagliare ogni anno perché la capigliatura gli pesava troppo, egli pesava i suoi capelli e il peso era di duecento sicli a peso del re. 27 Ad Assalonne nacquero tre figli e una figlia chiamata Tamàr, che era donna di bell’aspetto.

28 Assalonne abitò in Gerusalemme due anni, senza vedere la faccia del re. 29 Poi Assalonne convocò Ioab per mandarlo dal re; ma egli non volle andare da lui; lo convocò una seconda volta, ma Ioab non volle andare. 30 Allora Assalonne disse ai suoi servi: «Vedete, il campo di Ioab è vicino al mio e vi è l’orzo; andate ed appiccatevi il fuoco!». I servi di Assalonne appiccarono il fuoco al campo. 31 Allora Ioab si alzò, andò a casa di Assalonne e gli disse: «Perché i tuoi servi hanno dato fuoco al mio campo?». 32 Assalonne rispose a Ioab: «Io ti avevo mandato a dire: Vieni qui, voglio mandarti a dire al re: Perché sono tornato da Ghesùr? Sarebbe meglio per me se fossi rimasto là. Ora voglio vedere la faccia del re e, se vi è in me colpa, mi faccia morire!». 33 Ioab allora andò dal re e gli riferì la cosa. Il re fece chiamare Assalonne, il quale venne e si prostrò con la faccia a terra davanti a lui; il re baciò Assalonne».

Il racconto

L’autore biblico narra una vicenda scabrosa capitata nella famiglia del re Davide: lo stupro di Tamar figlia di Davide e di Maaca da parte di Amnon, figlio primogenito di Davide e della jezreelita Achinoam.

L’autore biblico in 2Sam13 racconta cosa è capitato prima dell’intervento della donna di Tekòa. Veniamo così a sapere che Tamar era una giovane molto bella e suo fratello Amnon se ne invaghì, la desiderava ardentemente ma non osava rendere pubblici i suoi sentimenti, forse per timore del padre. Fingendosi malato, ingannò Davide che gli concesse di avere Tamar per l’assistenza e il servizio durante la sua malattia. Al momento opportuno, Amnon ordì un piano scellerato, mandò via i servi e quando la sorella si avvicinò al suo letto approfittò di lei, per poi allontanarla dalla sua casa con disprezzo. L’amore e la passione per la sorella si trasformarono in odio.

La giovane scappò via e si rifugiò presso il fratello Assalonne, figlio anche lui di Davide e Maaca, che decise di vendicarsi del male che Amnon aveva fatto a Tamar.

La cosa fu risaputa, Davide informato dei fatti, si adirò molto, ma non volle contrariare Amnon, suo figlio primogenito[12]. Così si legge in 2Sam 13,21:

«Il re Davide venne a sapere tutte queste cose e ne fu molto irritato, ma non volle urtare suo figlio Amnon, perché aveva per lui molto affetto: era infatti il suo primogenito».

Assalonne, informato dell’accaduto, sdegnato, agì diversamente dal padre. Non sopportò la violenza di Amnon e l’ingiustizia di Davide e si attivò per vendicare la sorella e uccise Amnon durante una festa.

«Quando Amnon avrà il cuore allegro per il vino e io vi dirò: Colpite Amnon!, voi allora uccidetelo e non abbiate paura. I domestici di Assalonne fecero ad Amnon come Assalonne aveva comandato» (1Sam13,28-29).

Ecco di nuovo un episodio di fratricidio: ancora un fratello che invita un altro fratello ad andare ai campi: si ripete la storia di Caino e Abele.

Amnon, diversamente da Abele, era colpevole, ma nessun fratello merita di morire. Dopo il fratricidio, anche Assalonne, come Caino, fugge ramingo, omicida e quindi a rischio di morte, si rifugia nel piccolo regno di Ghesur, sulle alture del Golan, a est del lago di Tiberiade: la regione di sua madre Maaca, figlia del sovrano del regno di Ghesur. Assalonne scappa perché ha paura di Davide, del possibile verdetto di morte secondo quanto prevede la legge del taglione.

Nella notte di questo fratricidio arriva un’altra donna, questa volta senza nome: la donna di Tekòa, invitata da Ioab, nipote di Davide e ministro della difesa del regno; uomo scaltro e ambiguo decide di orchestrare un piano per addolcire il cuore del re e far rientrare Assalonne dal suo esilio.

In 1Sam14, leggiamo:

«Allora mandò a prendere a Tekòa una donna saggia», la istruisce e la invia dal re dicendole: «Fingi di essere in lutto: mettiti una veste da lutto, non ti ungere con olio e comportati da donna che pianga da molto tempo un morto; poi entra presso il re e parlagli così e così» (1Sam14,2-3).

La donna va dal re, gli racconta una storia inventata concordata con Ioab e gli chiede:

«Ahimè! Io sono una vedova: mio marito è morto. La tua schiava aveva due figli, ma i due vennero tra loro a contesa in campagna e nessuno li separava; così uno colpì l’altro e l’uccise. Ed ecco, tutta la famiglia è insorta contro la tua schiava dicendo: Consegnaci il fratricida: dobbiamo farlo morire per la vita del fratello che egli ha ucciso. Elimineranno così anche l’erede e spegneranno l’ultima brace che mi è rimasta e non si lascerà a mio marito né nome né discendenza sulla terra». (1Sam14,5-7).

Infine la donna rivela il vero oggetto della sua visita:

«Allora perché pensi così contro il popolo di Dio? Il re, pronunciando questa sentenza, si è dichiarato colpevole, per il fatto che il re non fa ritornare colui che ha bandito». (1Sam14,13).

È una storia simile al racconto di Natan (1Sam12), che aveva concluso la sua parabola con la frase tremenda: «Quell’uomo sei tu». La donna saggia gli dice qualcosa di simile: «Sei colpevole», perché Davide non sta facendo con suo figlio la giustizia che ha giurato di fare con il figlio della donna.

La narrazione della donna, di una intelligenza emozionale e relazionale straordinaria, convince il re Davide, che acconsente di far rientrare suo figlio Assalonne dall’esilio.

«Allora il re disse a Ioab: Ecco, faccio come mi hai detto; va’ dunque e fa’ tornare il giovane Assalonne» (1Sam14,21).

Commento

Due donne sono protagoniste di questa scabrosa vicenda: Tamar e la donna di Tekòa.

Tamar, la figlia di Davide, è una giovane vergine, vittima di uno stupro consumatosi all’interno della sua stessa famiglia. Abusata, umiliata, è allontanata con disprezzo e solo in Assalonne trova protezione e comprensione.

La donna di Tekòa è la donna saggia che sa convincere Davide a cambiare atteggiamento nei confronti del figlio fratricida. Fa comprendere al re che c’è una sola via d’uscita capace di futuro: uscire dalla logica distruttiva delle colpe e delle recriminazioni passate e acquisire la logica del perdono. Amnon è morto, e la sua vita non tornerà più. Permettere allora che la logica della vendetta, tutta giocata sul passato, uccida anche il secondo figlio, non ripara il danno ma lo raddoppia e spegne la sola brace che può ancora accendere la vita.

Una donna sta spiegando a Davide una delle verità giuridiche e umane più grandi della storia: il perdono e la riconciliazione non sono soltanto la scelta più umana e religiosa che si possa fare di fronte ad un delitto, ma anche la più intelligente, perché l’unica capace di non aggravare il danno.

È grazie alla logica di questa donna saggia che un giorno è stata superata la Legge del taglione e la visione della pena come vendetta collettiva; questo forse perché le caratteristichedel genio femminile, quando riconosciute e assunte, sono capaci di far smontare la collera e creare così le condizioni per costruire la pace.

Come era avvenuto con la parabola di Natan, anche qui Davide (che è grande anche perché sa ascoltare non solo gli uomini ma anche le donne) si convince che è giusto accogliere e svolgere l’esercizio empatico che la donna gli propone: «Egli le rispose: Per la vita del Signore, non cadrà a terra un capello di tuo figlio!» (13,11). Preso narrativamente per mano dalla donna saggia, Davide capisce che interrompere la spirale della vendetta è un vero bene.

E la donna, dopo averci donato questa pagina bellissima[13], scompare dal racconto,

 La Bibbia, è vero, racconta un mondo di maschi che fanno guerre, che si uccidono tra di loro, si vendicano, uccidono e violentano le donne; sa che il mondo che descrive non è stato capace di riconoscere e rispettare il talento delle donne, di chiamarle per nome e dare loro pari diritti e dignità; ma custodisce anche una sua conoscenza della donna, del suo mistero e della sua dignità, delle sue specifiche virtù e talenti speciali, sa che nella risoluzione dei conflitti lo sguardo femminile può essere decisivo. In questa vicenda, la scelta di Ioab è significativa: nella sua scaltrezza ha capito questa verità e se ne è servito.

È come se la Scrittura volesse dirci: Se avessimo ascoltato di più la saggezza delle donne avremmo peccato e sofferto di meno, saremmo stati più umani, avremmo avuto meno violenza e più pace.

La storia, i conflitti, le guerre, sono cose diverse se visti con gli occhi delle donne e delle madri. Le donne, molto più degli uomini sono capaci, sanno perdonare. La donna saggia pronuncia una stupenda perorazione, la vera finalità del suo intervento è il perdono che il re dovrebbe concedere al figlio Assalonne. Ella sa che il suo discorso di madre farà breccia nel cuore di un padre; sceglie le parole con cura e non teme di manifestare le sue paure; fa capire a Davide che la morte anche del secondo figlio, Assalonne, non gli avrebbe lasciato più alcun futuro: spegneranno il tizzone che mi è rimasto. È una donna che viene dal futuro perché guarda al futuro[14].

Fin dalle origini dell’umanità la Bibbia racconta di fratelli che, presi da gelosie e invidie, si fanno dominare da sentimenti negativi e arrivano anche a tramare la morte dell’altro; è la storia di Caino e di Abele.  Dio, però, non toglie la vita a Caino, impose a Caino un segno, perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse (Gen 4, 15b).

L’audacia della donna di Tekòa va oltre quando dice: Il re pensi qualche piano perché chi è stato bandito non sia più bandito lontano da lui e suggerisce riconciliazione e perdono. Caino era stato destinato ad una vita da fuggiasco; qui, invece, la donna vuole favorire il riavvicinamento, il ristabilimento della relazione fra padre e figlio. È possibile anche perdonare, se non si rimane bloccati interiormente al proprio punto di vista, al proprio dolore, al proprio risentimento. In ogni caso la morte non può essere compensata da un’altra morte, sia essa fisica o morale.

La donna di Tekòa aiuta il re Davide a leggere da una prospettiva diversa dalla Legge del taglione la triste vicenda di sopruso e di morte che ha investito i suoi figli; è interessante perché attesta che quando si attraversano crisi profonde e complesse, l’incontro con qualcuno che ci mostra un’altra prospettiva può essere  decisivo, qualcuno che ci fa salire sopra un colle per aiutarci a guardare dall’alto la nostra città assediata, e da lì scoprire vie di uscita che quando eravamo ancora immersi nella lotta non potevamo vedere.

Nella Bibbia coloro che offrono queste prospettive diverse sono soprattutto i profeti e le donne. Esiste, infatti, un’analogia tra profezia e genio femminile. Entrambi sono concreti, attivano processi, parlano con la parola e con il cuore, e per istinto invincibile scelgono sempre la vita perché credono nella vita e la custodiscono e la celebrano fino all’ultimo soffio.

Le donne, che ogni tanto si inseriscono nelle pagine insanguinate della storia di Israele, con le loro brevi apparizioni umanizzano i racconti, mostrano l’altro volto di YHWH. Quando i maschi hanno consumato e dilapidato le loro ultime risorse di umanità e sono diventati bisognosi di parole di vita, entrano in scena le donne e ci dicono nuove parole sull’uomo e su Dio.

La donna di Tekòa, in queste pagine tremende sulle lotte fratricide dei figli di Davide e gli intrighi di corte, illumina di una luce luminosissima l’orizzonte buio degli uomini.

Qualche considerazione:

– La donna di Tekòa è chiamata saggia, un aggettivo raro che nella Bibbia vuol dire molto. Ella, alla pari della donna descritta dai Prov31, appartiene ad una nobile stirpe che non si è mai estinta, perché la sua bellezza e la sua forza interiore si alimentano alla divina sorgente della grazia. È sempre possibile, quindi, trovarla presso ogni popolo, entro le mura domestiche o nella vita privata. Essa si distingue in ogni situazione e circostanza per saggezza e bontà, per impeto di amore e di dedizione agli altri e per quel profondo istinto materno che la spinge appunto a mettersi instancabilmente al servizio della vita e a prodigarsi per la felicità degli altri[15].

Anche qui, come nel racconto di Abigail[16], la donna si presenta come una narratrice, come una tessitrice di storie, artigiana della parola a servizio della vita. Le donne hanno un rapporto tutto speciale con la narrazione. Forse perché nutrono i loro bambini con latte, cibo e storie, o forse perché per migliaia di anni, mentre i maschi cacciavano o combattevano, loro, nelle grotte o sotto le tende, si scambiavano soprattutto parole; le donne sanno parlare diversamente e meglio degli uomini, soprattutto sanno cercare, creare, inventare parole che non ci sono ancora, ma che devono assolutamente esserci per continuare a vivere.

– La donna di Tekòa narra a Davide uno dei tanti fratricidi cui assistono ancora molte madri sulla terra. È il magistero collettivo del dolore delle madri che fa di quella storia inventata una storia vera e profetica. Solo una donna poteva raccontare una simile storia inventata senza dire una bugia. Tante altre donne, dopo la donna di Tekòa, hanno messo in atto la stessa strategia per cercare di convertire il cuore degli uomini, far tacere le vendette fratricide e portare la pace.

Un esempio a noi vicino è il movimento, denominato Woman Wage Peace (Donne per la pace), sorto nell’estate 2014 durante l’escalation di violenze tra israeliani e palestinesi; un altro è il progetto congiunto «March of Hope», iniziato il 4 ottobre 2016 da donne ebree e arabe insieme.  Migliaia di donne, ancora, hanno marciato dal Nord di Israele a Gerusalemme in un appello per la pace, una chiamata che ha raggiunto il suo culmine il 19 ottobre, in una marcia di almeno 4.000 donne, metà delle quali palestinesi e metà israeliane, a Qasr el Yahud (sul Mar Morto settentrionale). La stessa sera 15.000 donne hanno protestato davanti alla casa dei primi ministri a Gerusalemme.

In quella occasione si è creata un’alleanza tra la cantautrice Yael Deckelbaum, altre cantanti folk palestinesi e israeliane, e insieme hanno composto e cantato una canzone, La preghiera delle madri, e ne hanno fatto un video, pubblicato su youtube. Le riprese sono state fatte nel deserto che si trova a Nord del Mar Morto, per richiamare il lungo cammino degli ebrei nel deserto. Della marcia delle madri ha anche parlato l’osservatore romano il 6 dicembre 2016. Così vi scrive Silvia Guidi:

«È molto di più di un flash mob, spiegano le attiviste di Women Wage Peace, un movimento senza leader organizzato grazie al passaparola che corre sui social network. Lo dimostrano i numeri: migliaia di donne ebree, musulmane e cristiane hanno camminato insieme in Israele per la pace durante l’ultima iniziativa dell’ottobre scorso, una marcia verso Gerusalemme lunga duecento chilometri. Accanto a loro c’era anche Leymah Gbowee, Nobel per la pace nel 2011 per la promozione della riconciliazione nel suo paese, la Liberia, alla fine della guerra civile del 2003. Le manifestazioni per chiedere dialogo e concrete soluzioni per porre fine ai conflitti sono iniziate dopo lo stallo delle trattative del 2014: «Non ci fermeremo — si legge nel sito dell’organizzazione — finché non sarà raggiunto un accordo politico che porterà a noi, ai nostri figli, ai nostri nipoti un futuro sicuro». Purtroppo il piccolo grande miracolo di Women Wage Peace è stato quasi completamente ignorato da giornali e televisioni, confermando il triste adagio per cui le buone notizie non sono notizie buone per i media. Nel nuovo video ufficiale del movimento la cantante israeliana Yael Deckelbaum canta la canzone Prayer of the Mothers, la preghiera delle madri, insieme a donne e madri di tutte le religioni. Nel deserto, un gruppo di donne si ritrovano insieme a cantare, ognuna secondo la sua tradizione e cultura, ma unite dal desiderio di costruire insieme una convivenza possibile. Non facile, ma possibile, come spiega — con franchezza e non senza autocritica nei suoi libri — Leymah Gbowee. 

La guerra non devasta solo i corpi ma anche le anime, scrive Leymah, raccontando come la paura e le atrocità della guerra civile in Liberia avessero sconvolto la sua vita, trascinandola in una spirale di scelte sbagliate. Ma non è mai troppo tardi per imprimere la giusta direzione al corso delle cose e Leymah ne è la prova vivente: da vittima umiliata e offesa diventerà una delle più importanti attiviste per la pace in terra africana, guidando il Mass Action for Peace, e tessendo una preziosa rete di rapporti utili alla riconciliazione nazionale in un paese martoriato da rappresaglie e vendette. Con una protesta pacifica ma tenace, madri, mogli, sorelle hanno detto no agli stupri, al rapimento di ragazzini da trasformare in bambini-soldato, al massacro di civili inermi. Usando tutte le armi (non violente) possibili per accelerare il processo di pace. E continuando a raccontare la sua storia in tutto il mondo perché il suo esempio si diffonda a macchia d’olio in altri paesi — come il Congo, ma anche come la Terra santa — dilaniati dalla guerra. Per un cammino non solo di pace, ma di autentica riconciliazione fra vittime e carnefici, la sfida più impegnativa per ricostruire la società civile.

Camminiamo vestite di bianco e di turchese, fianco a fianco» si legge sul sito di Women Wage Peace, che rilancia su Facebook l’invito a reclutare quante più donne possibile: «Portate le vostre amiche, sorelle, madri e figlie. Sono benvenute anche le bambine, considerato che noi chiediamo pace e armonia nel loro nome e per il loro futuro»[17].

Concludiamo con la preghiera delle madri.

Preghiera conclusiva

Un sussurro di vento oceanico

Soffia da molto lontano

E il bucato sta sventolando

All’ombra del muro

Tra il cielo e la terra

Ci sono persone che vogliono vivere in pace

Non arrenderti, continua a sognare

Di pace e prosperità

Quando i muri della paura si scioglieranno

Quando tornerò dall’esilio

E i miei cancelli si apriranno

A ciò che è veramente buono

Vieni a dormire! / Un’altra alba

Vieni a dormire / E la mattina è qui

Noi immoleremo / Una madre manda

 Una colomba per te / Insieme a una preghiera

Vola colomba, non credere / Suo figlio a scuola

Rideremo con il bambino / Al suono

In modo che possa dormire / Di guerra

I muri della paura un giorno si scioglieranno

E tornerò dall’esilio

Le mie porte si apriranno

A ciò che è veramente buono

Da Nord a Sud

Da Ovest a Est

Ascolta la preghiera delle madri

Portare loro la pace

Portare loro la pace

La luce sta sorgendo dall’oriente

Fino alla preghiera delle madri per la pace.


[1] Cfr. A. M. Cànopi, Liturgia del silenzio. L’esperienza mistica della presenza di Dio, Piemme Economica, 1996.

[2] Ivi, p.72.

[3] Debora, che compie un’attività legislativa; Culda, la nostra protagonista di oggi, che visiona il manoscritto ritrovato al tempo di Giosia, ne sancisce l’autenticità.

[4] Dedicherò alla donna di Tekòa la prossima meditazione.

[5] Le ierofanie sono, secondo Mircea Eliade, fenomeni molto complessi perché sono molto eterogenei riguardo all’origine (provenendo alcuni da sacerdoti o da iniziati, altri dalle masse; alcuni presentano soltanto allusioni, frammenti e dicerie; altri, testi originali ecc.), e anche nella loro stessa struttura; ci sono ierofanie vegetali (cioè il sacro rivelato per mezzo della vegetazione), ierofanie animali (il sacro rivelato per mezzo degli animali) e ierofanie umane (il sacro rivelato per mezzo degli esseri umani).

[6] Ma nella Bibbia si dice anche che Dio ha “viscere materne”.

[7] A giudicare da Geremia, però, alla fine questa riforma sembrò cedere al formalismo e la tragica morte di Giosia a Meghiddo contribuì alla dissoluzione del movimento della riforma.

[8] Fu fondatrice e maestra di una scuola, situata accanto a una delle porte del tempio, chiamate per questa ragione “porta di Culda”. Inoltre la si ritiene parente del profeta Geremia.

[9] A giudicare da Geremia, la rovina di Giuda ha avuto inizio con la morte di Giosia a Meghiddo, con il figlio Ioacaz, che gli succedette al trono, la politica internazionale trascinò Giuda in un vortice che si concluse con la sua caduta.

[10] Nel trattato Megillah 14 del Talmud Babilonese si suppone che il re prevedeva che Geremia non avrebbe provato alcun risentimento per essere stato posposto a una persona della sua stessa famiglia.

[11] E. Stein, La donna, Città Nuova, Roma,1999, p.298.

[12] Il re diventa complice del male commesso dal figlio prediletto

[13] Anche Maria, dopo aver dato la vita a Gesù, scompare quasi dalla scena, per ritornarvi pochissime volte, eppure il suo nascondimento e il suo silenzio rendono più efficace e avvertita la sua presenza accanto al Figlio.

[14] Maria è la donna apocalittica, è la donna del futuro, come ama definirla Gertrud von Le Fort. Così scrive nel suo libro la Donna Eterna: «Il pittore El Greco rappresenta Maria nella figura dell’Immacolata Concezione. La bellezza fosca e minacciosa del paesaggio che egli le pone sotto i piedi rispecchia l’aspetto del mondo decaduto prima della venuta di Cristo, e ne prefigura ad un tempo la fine, quando il Cristo riapparirà- Esprime i sospiri e le attese della creatura, che, secondo San Paolo, ancora geme nei dolori del parto, giacché l’Apocalisse non è soltanto tramonto ma anche alba. Il Cristo che ritorna quale Giudice del mondo, lo è in tutta la sua potenza di Creatore del mondo. Solo presso la soglia di un mondo futuro il dogma mariano riceve il suo suggello. La patrona dei morenti, la Donna apocalittica in quanto Immacolata Concezione è la promessa di un nuovo cielo e una nuova terra», pp27-28.

[15] Cfr. Anna Maria Canopi, Con cuore di madre. Vocazione e missione della donna, Abbazia Benedettina Mater Ecclesia, 2016, pp.27-28.

[16] Abigail, una donna di buon senso che sa agire in modo retto e trattiene Davide dall’uccidere Nabal (cfr 1Sam22,1-4;25,1-43).

[17] S. Guidi, Osservatore Romano, 6 ottobre 2016.