Il Protomonastero di Santa Maria di Gerusalemme

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La storia

Note storiche dell’intero complesso

Le  Origini

Il complesso monastico di Santa Maria in Gerusalemme, volgarmente detto delle Trentatrè, dal numero di monache che potevano essere accolte (una per ogni anno di Cristo), fu fondato nel XVI secolo dalla nobildonna catalana Maria Lorenza Longo, giunta a Napoli nel 1506 al seguito di Ferdinando il Cattolico.

Dopo la miracolosa guarigione dalla paralisi, avvenuta nel santuario della Madonna di Loreto nel 1509, Maria Longo si impegna, anche con propri averi, alla realizzazione sulla collinetta di Caponapoli, dell’ospedale Santa Maria del Popolo, da cinque secoli noto come Ospedale degli Incurabili, primo presidio ospedaliero del regno per dimensioni, ma anche luogo di grandi scoperte medico-scientifiche.

In questi locali, Maria Lorenza Longo riceve la bolla di fondazione di papa Paolo III, che l’autorizzava a costruire un monastero per una comunità di monache sotto l’osservanza della prima regola di Santa Chiara, governato dai padri Cappuccini.

Dopo una prima casa che ebbe sede all’interno del perimetro dell’ospedale, le monache passarono nel 1538 nel monastero di santa Maria della Stalletta, fatto costruire, sempre dalla madama Longo, per ospitare i primi chierici regolari di San Gaetano.

Successivamente, un incendio distruggerà quasi per intero la Stalletta e tra il 1583 e il 1585 la Municipalità di Napoli e nobili napoletani, s’impegneranno a costruire la terza sede delle Trentatrè, che si estendeva lungo l’attuale via Luciano Armanni e via Pisanelli.

Il  Monastero

Il monastero rispettava i dettami dell’architettura tipica dei monasteri cappuccini ed era costituito da un Refettorio, con un Chiostro da un lato e, se c’era spazio, nelle città, dalla creazione di un orto dall’altra.

Il cenobio fu costruito con materiale povero, tufo e piperno, senza sfarzo e con una buona esposizione al sole.

Per circa cinque secoli le poderose mura perimetrali, che corrono lungo via Pisanelli e l’attuale via Armanni, hanno protetto la clausura imposta da papa Paolo III e solo la ruota di legno è stato (e lo è ancora oggi) il principale mezzo di comunicazione della comunità monastica con il mondo esterno.

Tra il 1619-1626 l’architetto Giovan Giacomo Conforto, progettò l’attuale chiesa, che prese il posto di quella primitiva della nuova sede di via Pisanelli, posta ortogonalmente alla nuova.

Sullo sfondo della monumentale scala, sotto gli imponenti archi di piperno, vi è un imponente affresco raffigurante la Scena della Crocifissione, opera del pittore Pietro Malinconico, datato 1776.

Completano l’arcata, tre affreschi di incerta datazione, ma più antichi di quello del Malinconico, raffiguranti: Santa Chiara che scaccia i saraceni; San Francesco che riceve il Bambino dalla Madonna e San Francesco che abbraccia il Cristo.

Tipico dei monasteri cappuccini, sulla controfacciata, troviamo  un altro affresco di notevoli dimensioni, raffigurante La caduta di Cristo sotto la croce, del pittore Agostino Pussè, attivo nella prima metà del XVII secolo.

La  Chiesa

A sinistra della scalinata si apre la chiesa del monastero, con, sullo sfondo, un’imponente altare ligneo in noce, adornato di intagli dorati di gusto tardo barocco, unico in Napoli per le dimensioni, con al centro una bellissima tavola del pittore fiammingo Dirk Hendrricksz, più noto a Napoli come Teodoro d’Errico, raffigurante La Presentazione al tempio di Gesù Bambino.

Nella parte sovrastante si può ammirare una tela raffigurante La presentazione di Maria Bambina al Tempio.

Lateralmente alla tavola centrale vi sono tele raffiguranti santi e sante francescani vestiti alla maniera cappuccina: San Francesco, Santa Chiara, Santa Elisabetta e Santa Coletta: tutte dipinte dal famoso pittore Nicola Malinconico.

Sormontante il comunichino, da dove le monache assistono e partecipano alla santa Messa, vi è una tela raffigurante La cena di Emmaus del pittore Giuseppe Bonito, datato 1774.

Di fronte al comunichino, l’altare della Madonna della Purità con un bellissimo dipinto su tavola, di ignoto e copia, del più famoso quadro del pittore Luis de Morales. Pregevole il pavimento maiolicato della navata del XVII secolo, opera di Donato Massa.

L’antico refettorio (sala Maria Lorenza Longo) e  le  cantine

Le famigerate leggi di soppressione post-unitarie apporteranno una profonda trasformazione del complesso monastico, smembrando, abbattendo e trasformando parti considerevoli dello stesso per la realizzazione di locali ad uso della facoltà di Medicina.

Negli anni ‘30 del secolo scorso venne abbattuto l’intero dormitorio per ampliare il vico degli Incurabili, oggi via Luciano Armanni e realizzare in quel che era il refettorio delle monache, il Dispensario anti-tubercolare De Giaxa.

Ridotta ad un cumulo di ruderi, a causa dell’incuria umana, nel 2003, l’area è stata restituita alla monache che, d’intesa con la Sovrintendenza e la Regione Campania, ne hanno progettato la ricostruzione filologica degli ambienti.

Rinunciando alla clausura di questi luoghi, la comunità ha acconsentito alla realizzazione di una sala polifunzionale nell’antico refettorio dove resiste, un affresco rappresentante L’ultima Cena di incerta datazione ma di scuola fiamminga operante a Napoli tra il XIV e XVII secolo.

Sulla parete laterale è stato rinvenuto un frammento di affresco raffigurante, molto probabilmente, Maria Lorenza Longo, a cui è stata intitolata la sala.

Le cantine sottostanti, sorte sicuramente su antiche costruzioni di epoca greco-romane sono state destinate, invece, a piccoli incontri e a zona espositiva.

 

 

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