Lezioni di clausura,
l’abadessa delle Trentatré «Si deve restare a casa L’universo è già in noi»
Rosa Lupoli: «Ritroviamo il gusto di parlarci»
NAPOLI A lezione di clausura nel Monastero delle Trentatré.


Pullulano corsi d’ogni cosa: dal Sushi allo Zuu (metà pilates, metà yoga). Ma nessuno ci insegna a restare a casa. Così
ora che il governo è stato chiaro — uscite il meno possibile — per molti il disorientamento e la claustrofobia sono totali.
Ci vuole, dunque, un maestro di claustrofilia, la saggezza di chi ha scelto la clausura come modalità esistenziale.
Ecco allora la “Lectio clausurae al tempo del Coronavirus” dell’Abadessa Rosa Lupoli.
«Dalle cronache di questi giorni — dice — scopriamo quanto sia difficile per voi restare in casa. Noi l’abbiamo imparato cercando il contatto con la nostra interiorità. E’ un percorso che si approfondisce giorno per giorno, attraverso tempi di
meditazione sulle cose essenziali: vivere, morire, pensare, bene, male, amore, dono e sacrificio». E come si fa? «Valorizzando i gesti quotidiani, espressione del nostro lavoro interiore; curando profondamente le relazioni, facendo attenzione alle piccole incrinature affinché non diventino ferite ». L’auto-clausura chiude la porta alle nostre spalle ma può aprire altri orizzonti. «Mi rendo conto — continua — che vi viene chiesto veramente tanto: si deve fare appello alle migliori risorse dell’animo e dell’intelligenza. A chi è abituato a cercare il senso della vita propria e dell’universo, rimanere isolato non comporta problemi. Anzi. Per chi invece vi è costretto per la prima volta può essere l’inizio di una scoperta meravigliosa, quella di possedere entro di sé il senso di ogni cosa, senza doverlo cercare spasmodicamente al di fuori. Il nostro essere è capace di contenere l’universo: lo dice il Salmo 8». Le famiglie, però, non sono tutte targate Mulino Bianco. La contiguità prolungata in casa, il rompersi degli schemi temporali, potrebbero portare un aumento dei conflitti. «E’ vero, ma le relazioni per crescere
hanno bisogno di essere curate. E in tempi veloci come quelli contemporanei vengono trascurate, date per scontate. La clausura forzata è un tempo nel quale ci si può dedicare a migliorare lo stare insieme, ritrovando il gusto di parlarsi
anche profondamente. Questo prevede però che si ritengano importanti i legami familiari. Non è la perfezione
che ci interessa ma la capacità tutta umana di rispondere al desiderio incessante di camminare, crescere insieme all’altro. Imparare ad avere i propri spazi e a gestirli, ma condividendoli, è un’arte che dura tutta la vita». Se il nostro problema siamo noi, è irrimediabile: non si può stare a un metro di distanza da se stessi. Il fatto è che statisticamente si ritiene che il problema” sia l’altro. Oggi anche “untore”. «Ma è proprio a causa del contagio che ci è stato chiesto di pensare all’altro. Non è facile: prevale la preoccupazione per sé e al massimo per i propri cari. La solidarietà, però, è una dimensione che appartiene all’uomo e alla donna di ogni epoca. Questo è il tempo di far germogliare la pianticella nelle parti aride del nostro essere, anche a rischio di venir fraintesi o di risultare invadenti. E’ stato scritto che non ci si salva da soli né dal virus né dall’indifferenza né dalla solitudine. Auguro a tutti giorni pieni di un’intensa attività interiore e relazionale, affinché nulla vada sprecato di questo prezioso dono che è la vita». Il fazzoletto di cielo che entra nel cortile del monastero di clausura disegna un quadrato perfetto. Si è dentro e fuori. Dipende da dove si guarda.
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