È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato.

PRIMA LETTURA: 1Cor 3,1-9

Noi siamo collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio.

SALMO: (Sal 32)

Beato il popolo scelto dal Signore.

«In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva.

Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano anche demòni, gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo.

Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. Egli però disse loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato».

E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea».

Lc 4,38-44

Un brano del genere crea probabilmente disagio alla lettrice e al lettore contemporanei. Un Gesù taumaturgo, un Messia guaritore, infastidisce. Contraddice la nostra esperienza umana: abbiamo la medicina, seppure con tutti i suoi limiti. Che senso ha per noi? La contraddizione riguarda anche la nostra fede. È il dio tappabuchi che sorge dal fallimento dell’essere umano? Inoltre, perché loro sì e, tralasciando sé stessi, i propri amati no? E gli ultimi che muoiono per l’impossibilità di accedere a cure di base, a farmaci comuni qui da noi?

Tutte le giustificazioni che adottiamo (dire che non ha guarito tutti… tradurre il verbo non con “guarire” ma con “curare” insistendo così più sulla relazione di aiuto e di vicinanza… una lettura allegorica e simbolica… la retorica del Dio che salva nella sua impotenza … oppure semplicemente far finta di nulla) sono comode scorciatoie intellettuali. Forse è meglio restare nel disagio e pensare a partire da ciò, dall’assenza di risposta.

Balbettiamo alcune parole. L’annuncio del regno di Dio ha a che fare con la materialità dei corpi. La salvezza per il vangelo riguarda il corpo non in astratto, quasi un’entità metafisica, ma i singoli corpi di uomini e donne… i corpi su cui il tempo e la società scrivono. Il vangelo prende sul serio le sofferenze che colpiscono i corpi, di ogni tipo, non ci passa sopra in fretta preoccupato dell’anima o dello spirito. I singoli corpi sono ascoltati come una finestra specifica sulla realtà.

Gesù non è un guaritore di massa. Si china sulla suocera di Pietro, quasi a sentire il calore della febbre, il respiro pesante, l’odore del sudore. Impone le mani a ciascuno e ciascuna. C’è un contatto fisico personale: a Gesù non fanno schifo i corpi malati. Non si difende da essi con le strategie che normalmente gli esseri umani praticano. Da questo contatto non rifulge solo un’accettazione radicale dell’altro per quanto sfigurato, una benevolenza accordata che precede ogni risposta, ma anche un ascolto disarmato dell’altro che urla, impreca, si tormenta, questiona.

Il vangelo riguarda i corpi, corpi feriti, corpi non conformi alle norme imperanti di bellezza, salute, moralità, abilità, orientamento… Non annuncia un dover essere a cui corrispondere, ma sussurra che il Dio di Gesù ha cura di ciascun essere umano nella sua condizione materiale.

La suocera di Pietro risorge a una vita nuova nel servizio. Gli infermi rinascono a un’altra vita. Le stesse folle che si sentono abbandonate dalla scomparsa di Gesù possono divenire adulte, perché affrancate dal protettore onnipotente. Il vangelo incontra i corpi e li libera. Li libera nel servizio. Proprio perché non c’è più una norma a cui adeguarsi e che dichiara alcuni incapaci di praticarla, ciascuno e ciascuna è chiamato a trovare la sua misura nell’amare. Li libera dal pensare che non esiste situazione che impedisca di ricominciare. Li libera dalla tentazione di sentirsi in stato di minorità, bambini in eterno. Li libera anche insegnando a resistere a chi e a che cosa li tratta da bambini, da incapaci, da bloccati in un ruolo e in un’etichetta immutabili.