Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

PRIMA LETTURA: Sir 27, 33 – 28, 9 (NV) [gr. 27, 30 – 28, 7]

Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati.

SALMO: (Sal 102)

Il Signore è buono e grande nell’amore.

SECONDA LETTURA: Rm 14,7-9

Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.

«In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi.
Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.

Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

Mt 18,21-35

Dopo il richiamo alla correzione fraterna di domenica scorsa, oggi ci vengono presentate alcune pagine della Bibbia, nella liturgia della parola della XXIV domenica del tempo ordinario, che ha attinenza con la misericordia e il perdono. Iniziando dal testo della prima lettura tratta dal libro del Siracide, ci viene ricordato che il rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro; per cui, per uscire dal questa condizione di peccato è necessario convertirsi al perdono e all’amore.

Infatti, ci vengono elencati i rischi di un atteggiamento di odio, vendetta ed ira: “Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati”. L’atteggiamento migliore è quello del perdono. Da qui l’invito a perdonare l’offesa al tuo prossimo e la preghiera necessaria per la remissione dei peccati.

Se un uomo che sta in collera con un altro, il Signore non gli concede le grazie e le guarigioni richieste. Infatti chi non ha misericordia per l’uomo suo simile, non può pretendere misericordia da Dio per i propri peccati. Inoltre, se uno pensa ed agisce come essere carnale e passionale e conserva il rancore non può ottenere il perdono di Dio, non potrà espiare i propri peccati. La consapevolezza che siamo di passaggio su questa terra ci dovrebbe spingere nella direzione del perdono e non dell’odio, dell’osservanza dei comandamenti di Dio e non agire secondo il proprio arbitrio, facendo anche del male al prossimo.

Su tema del perdono è incentrato il brano del vangelo di Matteo in cui parla del perdono. Quel perdono che Dio ha elargito all’umanità mediante la croce di Cristo, alla quale dobbiamo tutti ispirarci per entrare nel concetto di un perdono cristiano, non facile da capire chi non guarda continuamente al Crocifisso e non ascolta la sua voce, precisa anche sul perdono che bisogna dare e ricevere.
La domanda che Pietro pone a Gesù è la stessa che ci poniamo tante volte noi: quante volte devo perdonare a chi mi ha fatto del male? Poche volte, molte volte o sempre. La risposta sta nelle parole che Gesù dice a Pietro, indicando la misura del perdono, che non ha misura, per cui è illimitato: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”. Per far capire esattamente il pensiero di Dio al riguardo, Gesù racconta un’altra parabola “sul regno dei cieli, che è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi”. C’è sempre un regolamento dei conti nella vita, ma non nel senso peggiorativo del termine, ma come verifica finale di un cammino svolto nel tempo da ciascuno di noi. E questa verifica la effettua direttamente il re, che nel caso specifico è Cristo.
Chiaramente nel fare i conti si inizia da chi è più debitore. Cosa succede allora in questo aneddoto di vita quotidiana nel tempo di Gesù, quando regnava la schiavitù? Quando gli fu presentato al Re un tale che gli doveva diecimila talenti, una bella e consistente somma, quindi, il Re considerato il fatto che questi non era in grado di restituire, ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Un’intera famiglia e proprietà annesse messe all’asta e sul mercato per avere il ricavato previsto. Allora il servo, prostrato a terra, supplicava il Re-Padrone dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Di fronte ad un atteggiamento di ammissione di colpa e anche della disponibilità a restituire, il padrone di così generoso che gli estinse il debito. Ma il racconto non finisce qui. Infatti, appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Poca cosa rispetto ai 10.000 talenti.
E allora cosa avvenne che questo uomo cattivo, prese per il collo il suo amico e lo stava soffocando, minacciandolo con queste parole: “Restituisci quello che devi!”. Si ripete la scena della richiesta del perdono, ma in una situazione umana, spirituale e sociale completamente diversa, rispetto alla precedente: Infatti, questo suo compagno, che gli doveva dare pochissimo, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Di fronte a questa richiesta, il compagno creditore non volle capire ed attendere. Cosa fece, questo cattivone, andò a denunciarlo e lo fece gettare in prigione, con l’obbligo di restituire ogni cosa.

Impossibile da attuare. Se stava in carcere come poteva guadagnare per restituire il poco debito? Non poteva avvenire di sicuro. Del fatto venne informato il Re-padrone, informato dai compagni di quel poveraccio. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. In poche parole messo in mano agli strozzini del tempo, nessuno poteva sfuggire dal pagamento dei debiti. Questo esempio serve a Gesù per sentenziare su una verità di fede, dalla quale nessuno può prescindere: “Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”. C’è quindi l’obbligo del perdono per tutti i cristiani, in quali nel loro dna hanno il gene del perdono se sono davvero discepoli di Cristo Crocifisso.
Chiediamo al Signore la grazia di sapere perdonare sempre a chi ci ha fatto del male e continua a farci, per non potarci sulla nostra coscienza il gravissimo debito della malvagità del nostro cuore che non potrà avere misericordia né su questa terra e tantomeno nell’eternità se non perdoniamo di cuore ad ogni persona che ci ha offeso e se non chiediamo perdono a quelle persone che volontariamente o involontariamente abbiamo offeso.

E a conclusione di questa nostra riflessione domenicale e festiva ci serva quanto scrive l’apostolo paolo nel brano della lettera i Romani, seconda lettura di questa domenica. Brano sintetico ma forte, incisivo e sicuramente stimolante per riflettere seriamente sulla nostra esistenza terrena ed eterna: “Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore”.

La consapevolezza di appartenere eternamente a Dio ci deve aiutare a camminare sulle vie di Dio e non su quelle degli uomini, che spesso ci portano fuori strada. D’altra parte sappiamo benissimo che Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi. A questo Signore della vita dobbiamo agganciare la nostra vita e liberarci da tutto quello che è espressione di morte nel nostro cuore, che ha solo un terribile nome: odio, rancore e vendetta.