Togli prima la trave dal tuo occhio.
PRIMA LETTURA: 2Re 17,5-8.13-15a.18
Il Signore allontanò Israele dal suo volto e non rimase che la sola tribù di Giuda.
SALMO: (Sal 59)
Dio, tu ci hai respinti, ci hai messi in rotta, ti sei sdegnato: ritorna a noi.
«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
Mt 7,1-5.
Gesù oggi non condanna il discernimento, ma smaschera una delle tentazioni più sottili del cuore umano: quella di trasformarci in giudici degli altri mentre restiamo indulgenti con noi stessi.
L’ipocrisia consiste proprio in questo: avere gli occhi sempre puntati fuori e quasi mai dentro. Notiamo immediatamente gli errori, i limiti e le incoerenze degli altri, ma diventiamo sorprendentemente ciechi davanti alle nostre. La pagliuzza del fratello ci scandalizza; la trave che portiamo dentro la giustifichiamo, la minimizziamo o fingiamo di non vederla.
Perché giudichiamo così facilmente? Spesso perché il giudizio ci dà l’illusione di essere migliori. Mentre osserviamo le cadute degli altri, evitiamo di confrontarci con le nostre. È più facile analizzare la vita altrui che lasciarsi convertire dalla verità su sé stessi.
Chi invece si guarda alla luce di Dio scopre qualcosa di diverso: la propria fragilità. E quando ci si riconosce poveri, peccatori e bisognosi di misericordia, diventa difficile sentirsi superiori. Nasce allora la compassione. Non si giustifica il male, ma si comprende che tutti combattiamo la stessa battaglia.
Gesù ci invita a puntare il dito prima verso noi stessi. Non per condannarci, ma perché la sua misericordia possa raggiungere proprio quei luoghi che nascondiamo agli altri e a noi stessi. Solo chi si lascia guarire può aiutare davvero un fratello. Solo chi ha pianto sulle proprie miserie può accompagnare con dolcezza quelle altrui.
La nostra cecità più grande non è vedere i peccati degli altri. È non vedere i nostri. E la nostra conversione inizia nel momento in cui smettiamo di fare il processo agli altri e permettiamo a Dio di entrare nel nostro cuore.
Forse il problema non è la pagliuzza che vediamo nell’occhio del fratello. Il problema è che siamo così occupati a guardarla da non accorgerci della trave che ci impedisce di vedere Dio, gli altri e noi stessi nella verità.