Il buon pastore dà la vita per le pecore.
PRIMA LETTURA: At 11,1-18
Dio ha concesso anche ai pagani che si convertano perché abbiano la vita.
SALMO: (Sal 41 e 42)
L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente.
Oppure:
Alleluia, alleluia, alleluia.
«In quel tempo, Gesù disse:
«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio»
Gv 10,11-18.
Il brano evangelico di oggi, noto come il brano del Buon Pastore, si apre con la presentazione che Gesù fa di sé stesso come buon pastore. Anzi “il” buon pastore, quello vero, quello annunciato dai profeti.
La qualifica “buon” non va letta come generoso, di buon cuore, significato che in italiano viene immediatamente in mente. In questo caso, considerando l’originale greco kalòs (bello, ma anche ottimo, pienamente corrispondente a ciò che deve essere), va intesa nel senso che ha in espressioni come un buon terreno, un buon lavoratore. Cioè un pastore che fa il suo dovere verso le sue pecore fino in fondo.
Un’altra considerazione degna di nota va fatta a proposito dell’espressione “dà la propria vita”: il verbo greco usato, in realtà, non è didomi (dare), che suggerirebbe un atto isolato, ma è tithēsin, che significa porre, deporre, mettere nelle mani. È un anticipo di quanto troveremo negli ultimi versetti della pericope.
Alla figura del buon pastore, per meglio comprenderne la natura, viene contrapposta quella del mercenario. In questa figura, pronta ad intascare soldi, ma anche a lasciar entrare nel recinto il lupo (metafora del demonio), si riconoscono immediatamente le autorità religiose dell’epoca, che Gesù non perde occasione di contestare.
Nella seconda parte torna il concetto di conoscenza dei versetti di inizio capitolo, ed è una conoscenza che si fa sempre più familiarità, nella quale, tramite Gesù, entra anche il Padre e, scandalo per i giudei, anche le pecore di altri recinti. Purtroppo, l’espressione un solo gregge, un solo pastore è stata letta, ed ancor oggi viene letta da molti, in senso esclusivo, tradendone il significato che invece è universalmente inclusivo, senza condizioni.
La conclusione dell’episodio riprende il tema della vita e, a conferma di quanto anticipato all’inizio, assicura che la vita del buon pastore è perennemente e ripetutamente a disposizione delle sue pecore, secondo il volere del Padre