Perché non hai consegnato il mio denaro a una banca?
PRIMA LETTURA: Ap 4,1-11
Santo il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!
SALMO: (Sal 150)
Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente.
«In quel tempo, Gesù disse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro.
Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato.
Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”.
Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”.
Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. “Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”».
Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme».
Lc 19,11-28.
La parola “servo” a noi probabilmente fa venire in mente una persona di basso rango, deputata a lavori umili e manuali come la cura della casa o la cura della persona. Ma non è questo il caso: questi servi sono in realtà dignitari o ministri, persone sì sottoposte ad un padrone (che diventa anche loro re), ma coinvolte in prima persona nell’amministrazione del suo potere e del suo patrimonio. Persone che hanno fatto carriera e che si sono distinte, rispetto a tutti gli altri servitori, per la loro capacità di prendere decisioni responsabili, oculate ed in linea con l’indirizzo dato dal padrone.
Se guardiamo le cose in questa prospettiva, questo “uomo di nobile famiglia” non sembra particolarmente severo. Chiunque affidi il suo denaro ad un amministratore si aspetta di ricevere di più di quanto ha dato; in caso contrario avrebbe semplicemente potuto tenersi in tasca le sue dieci monete d’oro. Il servitore che piagnucola scuse perché il padrone “miete dove non ha seminato” non ha capito che seminare era proprio il compito che gli era stato delegato. Ed è incredibile che non avendo capito una cosa così fondamentale del suo lavoro possa essere arrivato dove è arrivato.
Due cose possiamo quindi ricavare rispetto al rapporto che Dio vuole tenere con noi: primo, che Dio considera ciascuno di noi come un amministratore di fiducia, una persona a cui affidare il proprio patrimonio; è un grande onore di cui dobbiamo essere grati, che ci porta però alla seconda conclusione: ciò che Dio ci affida (la nostra vita, le nostre capacità, le nostre relazioni) sono un capitale da mettere a frutto con responsabilità e autonomia. Non aspettiamoci un foglietto di istruzioni per sapere cosa Dio vuole da noi: è compito nostro metterci in gioco con la nostra volontà e la nostra capacità di discernimento. Meglio sbagliare desiderando di fare la cosa giusta che non fare niente.
La parabola ci offre uno spaccato della nostra vita cristiana, una chiave di lettura e un criterio di verifica. Essa è racchiusa tra due momenti o chiamate, come quelle che riguardano i dieci servi. C’è un tempo nel quale si è chiamati per ricevere in consegna un valore e con esso la missione di farlo fruttificare.
Segue poi il momento della verifica e della rendicontazione o del giudizio. Tra questi due tempi c’è il “frattempo” dell’attesa del ritorno del Signore nel quale ognuno è responsabile delle proprie scelte. Il racconto della parabola ci invita a identificarci con uno dei dieci servi e anticipare nel presente, e nel segreto della propria coscienza, quel giudizio finale che sarà un giorno chiaro e palese.
Abbiamo bisogno di fare costantemente discernimento e d’interrogarci se siamo servi fedeli che, in obbedienza alla missione ricevuta, investono la moneta affidataci diffondendo il Vangelo mediante le quotidiane e piccole scelte di vita, oppure, vinti dalla diffidenza e dalla paura, preferiamo nasconderla in un fazzoletto vivendo una vita dalla quale non traspare affatto la vocazione alla santità alla quale tendiamo.
La malvagità del servo negligente non consiste nell’aver compiuto una qualche azione cattiva ma nell’aver omesso di fare il bene rendendo così sterile il dono affidatogli e venendo meno all’impegno preso con il padrone. La fedeltà dei servi buoni si è manifestata grazie al fatto che essi, tenendo sempre presente la parola del loro padrone, hanno lasciato spazio alla creatività dello Spirito, al contrario dell’altro, vittima del pregiudizio e della paura.
L’insegnamento che viene dalla parabola suggerisce a noi, servi della Parola, di aver sempre un grato ricordo del dono ricevuto in modo da vivere responsabilmente la missione di far crescere il Regno di Dio in mezzo al mondo.