Beati i poveri. Guai a voi, ricchi.

PRIMA LETTURA: Col 3,1-11

Siete morti con Cristo: fate morire dunque ciò che appartiene alla terra.

SALMO (Sal 144)

Buono è il Signore verso tutti.

“«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. 
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».”

Lc 6,20-26

“Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati” (6,21).

L’uomo è fatto per la felicità, la cerca avidamente, può rinunciare a tutto ma non ad essere felice. Tutto quello che fa nasce da un desiderio di felicità.

Anche Gesù è interessato alla nostra gioia, anche Lui vuole renderci felici ma i sentieri che propone sono diversi da quelli che l’uomo istintivamente cerca. Gesù infatti dichiara beati i poveri, gli affamati, quelli che piangono e coloro che sono odiati e disprezzati.

Facciamo fatica a seguire questo insegnamento. Sappiamo bene che la vita non è semplice e siamo disposti ad accettare le difficoltà ma … non riusciamo a capire perché dobbiamo partire con l’idea che tutto va male e dichiarare beati coloro che, a conti fatti, sono più disgraziati e sfortunati.

Questo è il Vangelo: prendere o lasciare!

Nel Vangelo di Luca l’annuncio delle beatitudini assume una forza ancora più radicale: la povertà di cui parla è quella di chi non ha proprio nulla, la fame specifica che non ha nemmeno il pane quotidiano; le lacrime sono il segno di un disagio o di una tristezza, anzi del lutto; e infine l’insulto e la derisione come segno della più totale mancanza di stima. L’iniziale sorpresa diventa sconcerto.

Il Vangelo offre un’immagine esattamente contraria a quella che noi cerchiamo. Ma proprio per questo dona una sapienza che la ragione non può conoscere. Con un linguaggio ruvido invita a non assolutizzare alcuna cosa: quando l’uomo ripone la sua gioia nelle cose o nelle persone, finisce per chiudersi in esse, senza più cercare Colui che è la fonte di ogni cosa.

Quanta gente si ferma stupita dinanzi alla bellezza del creato e dimentica Colui che ha fatto tutto questo. Il Vangelo chiede di non riempire la vita di cose o di piaceri effimeri e ricorda che solo Dio può darci quella gioia che dura per sempre.

Chi entra in questa logica impara a gustare anche le più piccole cose come un riflesso e una primizia di quelle eterne, impara a vivere ogni cosa come un dono che viene da Dio e conduce a Dio. Restiamo attaccati a questa Parola e non alle sirene di quella cultura che, riempiendo la vita di cose, fa dell’uomo stesso una cosa.