Il buon pastore dà la propria vita per le pecore.

PRIMA LETTURA: At 4,8-12

In nessun altro c’è salvezza.

SALMO: (Sal 117)

La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.

SECONDA LETTURA: 1Gv 3,1-2

Vedremo Dio così come egli è.

«In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Gv 10,11-18

La quarta domenica di Pasqua è definita quella del Buon Pastore, in quanto il testo del Vangelo di Giovanni ci presenta questa significativa immagine con la quale Gesù si presenta ai suoi. Egli è colui che si prende cura, guida e difende il suo gregge e che deve proteggere da ogni forma di aggressione e disgregazione.

San Giovanni nel focalizzare la sua riflessione su tale immagine parte dalla constatazione di fatto di come vivevano gli ebrei in Palestina. Era in prevalenza pastori. Furono, infatti, i pastori che per primi arrivano alla grotta di Betlemme per accogliere nella gioia il Salvatore appena nato e ne divennero i primi missionari in quel contesto di attesa e di speranza per tutto il popolo ebraico.

Gesù si appropria di questa immagine, di comune ed abituale conoscenza presso la gente, per far capire il senso della sua missione. Egli si definisce il buon pastore.

Quell “io sono il buon pastore” ci rimanda all’identità stessa di Dio, che è colui che è. Gesù spesso usa questa espressione, sia durante ministero pubblico e sia dopo la sua risurrezione: “Sono io, non abbiate paura”, afferma in più di qualche circostanza. Quando c’è il pastore le pecore camminano sicure e spedite ai pascoli giusti, nei quali attingere forze ed energie di ogni tipo e nei quali spaziare per vivere l’amore e la carità.

Gesù stesso spiega questo termine, nel discorso che Egli fa di autopresentazione, di accreditamento personale davanti al mondo e a quanti lo vorranno accogliere. Dice che la cosa più importante possa fare un buon pastore è quella di dare la propria vita per le pecore.

Le credenziali di accesso del buon pastore al cuore dell’uomo sono la capacità di donarsi e dare la vita per il gregge.
Il significato di questo è ben chiaro per noi credenti ed ha stretto rapporto con la realtà ecclesiale in cui siamo immersi attraverso il dono del battesimo.

Essendo la chiesa una comunità di credenti, visibile e spirituale insieme, essa necessita di guide e di condottieri non per fare le guerre e lottare per dominare sugli altri, ma per servire e dare la vita, come ogni vero pastore fa di fronte ai pericoli che incombono sul suo gregge.

È evidente il riferimento alla missione profetica di quanti il Signore sceglie per guidare il popolo santo di Dio, redento dal suo sangue preziosissimo. La sua vita donata per noi è esempio di ogni donazione, soprattutto per quanti sono stati chiamati, per vocazione e non per interesse e sistemazione alla guida del popolo di Dio, a vari livelli e con compiti diversi nella Chiesa.

Gesù è il pastore supremo delle nostre anime e in Lui assumono valore, significato e spessore gli altri pastori che a partire dal Sommo Pontefice, a scalare, arrivano alle altre figure pastorali nella Chiesa cattolica; vescovi, sacerdoti, diaconi e fedeli laici.

In netta opposizione al buon pastore emerge drammaticamente la figura del mercenario, che pure era nota negli ambienti commerciali ed economici del tempo di Gesù e prima di lui. In contrapposizione al buon pastore c’è, infatti, questo soggetto non affidabile che è il mercenario. Gesù ci tiene ad evidenziare questa contrapposizione e questo contrasto non solo di immagini, ma di vita reale, per dire che il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – “vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore”.

È un dato di fatto, che se una persona o una cosa non ci appartiene, non la sentiamo nostra, non la viviamo come nostra, ma l’abbandoniamo e non la proteggiamo dai pericoli.

È questo il comportamento del mercenario, che letteralmente significa colui che si vende per motivi di soldi. Egli, infatti, è quella persona che presta la propria opera dietro compenso, e al solo fine di essere pagata, senz’altro interesse che quello del guadagno, dietro compenso.

Si riferisce di solito ad attività e prestazioni che dovrebbero essere svolte liberalmente, gratuitamente, o nelle quali il compenso non dovrebbe essere l’interesse principale, per cui il termine, assume una connotazione di massimo disprezzo.
Con queste parole, Gesù vuole proprio biasimare questa figura di mercenario, freddo e calcolatore dei propri interessi, che di fronte all’arrivo di lupi rapaci scappa via e abbandona il gregge.

Alla fine non gli succede nulla, perché è un mestiere pagato e quindi liberamente lo si lascia di fronte al rischio e al pericolo.
Gesù, invece, di fronte a simili soggetti compromessi con il denaro, ribadisce che lui è il buon pastore e che conosce le sue pecore. Da parte loro le pecore conoscono bene il loro pastore. Ed aggiunge nel suo discorso che “come il Padre conosce Lui e Lui conosce il Padre, così conosce ogni sua pecorella”. Una conoscenza che porta al dono supremo di sé stesso. La conoscenza non è altro che l’amore pieno e perfetto al quale ogni creatura deve aspirare sul modello di Cristo Buon Pastore. Questo amore e conoscenza non si limitano ad investire quanti ricambiano questo amore, con il dono della fede, e quindi fanno parte del gregge di Cristo, ma si estende a tutti. Nessuno è escluso da questa attenzione da parte del Redentore.

Ecco perché Gesù afferma che Egli ha altre pecore che non provengono dal suo recinto e anche quelle Egli deve guidare ai pascoli della salvezza eterna.

Nello stesso tempo Gesù è fiducioso nell’umanità e con una semplicità comunicativa dice che le altre pecore che non sono del suo ovile ascolteranno la sua voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Questo è un grande desiderio e auspicio di Dio e di quanti credono in Lui.

L’unità dell’umanità sotto la protezione della parola che salva e che è Cristo e nessun altro. L’amore che il Padre manifesta al Figlio trova la conferma nel fatto che Gesù dà la sua vita per la salvezza del mondo. Chiaro riferimento alla passione, morte e risurrezione che riguardano solo ed esclusivamente Cristo e nel quale assume significato e valore ogni persona umana e soprattutto ogni cristiano. Sentirsi e vivere da fratelli è compito apostolico e missionario di ogni buon pastore, sia esso papa, vescovo, sacerdote, parroco, religioso, suora, laico, politico, amministratore, economista o altra professione o attività umana. Di mercenari la storia ne ha avuto tanti, in tutti gli ambienti. Ora è tempo di essere pastori con il cuore e la sensibilità di Cristo buon pastore, che ci ha resi tutti fratelli nella sua passione, morte in croce e risurrezione.

E’ lo stesso evangelista Giovanni a ribadirlo nel testo della seconda lettura di questa domenica, tratta dalla sua prima lettera: “Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui”. Il Figlio amato dal Padre è il grande dono di Dio all’umanità. Cristo ci ha portato alla condizione di essere figli di Dio, fin d’ora. Questa assoluta verità di fede ci fa guardare oltre il presente e ce lo fa attendere nella fede, nella speranza e nella carità. Infatti “ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”.

L’attesa della venuta del Signore del secondo e definitivo avvento svelerà ogni cosa di quello che oggi noi non possiamo sapere, limitati come siamo nell’entrare nei misteri di Dio e della fede.

Ci sia di conforto e di incoraggiamento quanto leggiamo oggi nel brano della prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, in cui san Pietro si confronta con coloro che vogliono ostacolare la loro azione di annuncio e di diffusione del Vangelo, che avviene mediante non solo la parola, ma anche con i miracoli che il Signore Risorto e asceso al cielo continua ad operare tramite i suoi discepoli: «Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato». Pietro così da un lato mette in evidenza l’opera di Cristo che continua nella Chiesa e nel mondo e dall’altro pone di fronte alle loro responsabilità coloro che sono stati artefici della condanna a morte di Gesù. E con forza, Pietro, colmo di Spirito Santo, afferma che “Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo”. Espressione per dire l’essenzialità e la indispensabilità di Cristo per ogni costruzione spirituale e storica anche per Israele, partendo proprio dalla pietra angolare del celebre tempio della città santa. E ribadisce quello che orami era il nucleo portante e centrale del kerigma apostolico: “In nessun altro c’è salvezza”, se non in Gesù Cristo. “Non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati”.

Di tutto questo noi uomini e donne del XXI secolo ne dobbiamo essere certi e come cristiani rendere visibile il mistero della redenzione di Cristo mediante la santità e la bontà della nostra vita.