Il pubblicano tornò a casa sua giustificato, a differenza del fariseo.
Voglio l’amore e non il sacrificio.
SALMO: (Sal 50)
Voglio l’amore e non il sacrificio.
Oppure:
Tu gradisci, o Dio, gli umili di cuore.
«In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
Lc 18,9-14.
Al tempo della dominazione romana sul popolo di Israele il pubblicano era addetto alla riscossione delle imposte, spesso profittatore ed egoista, malvisto dalla gente perché, nella pratica, al servizio del potere.
La sua figura penitente, che rimane a distanza nella sinagoga, con il timore di non essere degno di misericordia, è un’immagine simbolica riproposta più volte nell’arte cristiana per mostrare l’esempio di umile richiesta di perdono al Signore. Egli è consapevole delle proprie colpe, e ripete battendosi il petto: “O Dio, abbi pietà di me”.
Il fariseo, invece, apparteneva ad un gruppo religioso e politico che aderiva con rigore alla Legge. Se portata all’estremo, la sua fede poteva ricadere nel mero formalismo e nella superficialità. Il personaggio raccontato dalla parabola mostra il paradosso di chi crede nella forma ma non nella sostanza: ha un atteggiamento supponente e superbo.
Nel suo regime di giustizia non c’è spazio per il perdono: i peccatori non possono essere convertiti. Nel caso egli ricadesse per errore fuori dalle regole rigide che si impone, non avrebbe modo di ritornare tra i salvati; per questo ringrazia il Signore per essere diverso e migliore dei peccatori.
Possiamo trovare un legame tra il brano tratto dal Vangelo di oggi e una delle beatitudini: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Il pubblicano diverrà parte del regno dei cieli perché spogliato della propria giustificazione.
Gesù ci presenta due uomini che, di fronte ad un “osservatore” occasionale, potrebbero sembrare quasi identici, giacché essi si trovano allo stesso posto, svolgendo la stessa attività: entrambi «salirono al tempio a pregare» (Lc 18,10). Ma oltre le apparenze, nel profondo delle loro coscienze personali, i due uomini sono radicalmente differenti: l’uno, il fariseo, ha la coscienza tranquilla, mentre l’altro, il pubblicano -esattore delle tasse- si trova inquieto a causa dei suoi sentimenti di colpa.
Ai nostri giorni siamo propensi a considerare i sentimenti di colpa –il rimorso- come un qualcosa che si avvicina ad una aberrazione psicologica. Tuttavia la coscienza di colpa consente al pubblicano di uscire dal Tempio, con l’animo sollevato, giacché «questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato» (Lc 18,14) mentre l’altro no. «Il senso di colpa», ha scritto Benedetto XVI, quando Egli era ancora Cardinale Ratzinger (“Coscienza e verità”), rimuove la falsa tranquillità di coscienza e può essere chiamato, contraria alla mia “protesta della coscienza” contro la mia esistenza auto-compiacente. È tanto necessario all’uomo, come il dolore fisico che indica un’alterazione corporale delle funzioni normali».
Gesù non vuole indurci a pensare che il fariseo non stia dicendo la verità quando afferma di non essere avido, ingiusto, ne adultero, che digiuna e offre soldi al Tempio (cf. Lc 18,11); ma neppure che l’esattore delle tasse stia delirando al considerarsi peccatore. Non è questo il caso. Succede, invece che «il fariseo, anche lui, ha colpa. Egli ha la coscienza completamente chiara. Ma il “silenzio della coscienza” lo rende impenetrabile davanti a Dio e d’innanzi agli uomini, mentre il “grido della coscienza” inquieta il pubblicano e lo rende capace della verità e dell’amore. «Gesù può riscuotere i peccatori!» (Benedetto XVI).