Il suo volto brillò come il sole

PRIMA LETTURA :   Gen 12,1-4a

Vocazione di Abramo, padre del popolo di Dio.

SALMO: (SAL 32)

Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo.

SECONDA LETTURA: 2 Tm 1,8b-10

Dio ci chiama e ci illumina.

“In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».”

Mt 17,1-9

Il vangelo della seconda domenica di Quaresima ci invita a salire con Gesù su Monte Tabor, non per assistere ad uno spettacolo, ma per lasciarci trasfigurare da lui, trasformarci da Lui.
Nei tre discepoli, Pietro Giacomo e Giovanni, che Gesù porta con se, come in altre circostanze, ad essere più vicini a lui, ritroviamo la chiesa e i prediletti del Signore che sono i poveri e i sofferenti, invitati a toccare il cielo con le mani, nella contemplazione di Cristo trasfigurato.
Il volto di Gesù glorioso, che anticipa, la risurrezione e l’ascensione è il volto del crocifisso e del servo sofferente di Javhè che si appresta a salire il Calvario ed offrire la sua vita per l’umanità.

Nel nostro itinerario verso la Pasqua 2020, in questa seconda tappa del percorso che già abbiamo iniziato ci viene richiesto di salire in alto, dopo aver superate le tentazioni, come ci ricordava il vangelo della prima domenica di Quaresima.
Non basta solo non fare, ma bisogna procedere, camminare verso mete più alte spiritualmente, come ci ricorda oggi il Vangelo della trasfigurazione.
E per fare questo cammino abbiamo due strumenti molto importanti, rappresentati dai due personaggi che compaiono con Gesù alla visione degli apostoli, che rimasero esterrefatti davanti al Cristo trasfigurato nella luce e nella gloria, luce e gloria riflessa sul volto e sulle vesti.
E questi due personaggi biblici dell’antico testamento sono, come sappiamo, Mosè ed Elia, espressione della legge e dei profeti.
Non si fa un cammino di ascesi cristiana se non assumiamo come regola fondamentale di vita il testo biblico e soprattutto il vangelo, quale via maestra che ci conduzione al cielo.
Oltre a confrontarci con il vangelo, ad accoglierlo e farlo nostro, si fa anche urgente l’impegno di annunciarlo agli altri con la parola e l’esempio. Sappiamo benissimo che la trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor è un’altra manifestazione della divinità di Cristo, strettamente legata alla Pasqua di Cristo, di passione morte e risurrezione.
Non deve passare sotto silenzio il fatto che Gesù raccomandi con particolare forza agli apostoli che erano stati scelti di salire con lui sul monte Tabor a mantenere il segreto di quella visione angelica e paradisiaca, fin a quanto lo stesso Figlio dell’uomo, così si definisce Gesù, non fosse risorto dai morti.
Tradotto in termini temporali, Gesù invita tutti a prepararsi ad affrontare lo scandalo della Croce, che di lì a poco avrebbe interessato la sua persona, in prima persona, e il gruppo degli apostoli che da tre anni lo seguivano ed avevamo lasciato tutto nella speranza di trovare una sistemazione definitiva in quel regno predicato da Cristo e al quale invitava a farne parte, convertendo mente, cuore e vita ad esso, ormai presente in mezzo a loro, proprio perché è presente Gesù Signore.
Appartenere davvero al Regno di Cristo non è solo vivere la gioia della trasfigurazione, come ci ricorda Pietro nel brano del vangelo di Matteo che abbiamo ascoltato «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».

È davvero bello stare con il Signore, con Lui sempre, in compagnia sua e in compagnia degli altri, come singoli, come comunità, come chiesa e come umanità.
Nessuno è escluso dalla gioia di partecipare alla mensa della letizia di Dio, alla quale tutti quanti siamo invitati a partecipare. Ma si tratta di un cammino non facile da compiersi per recuperare gioia vera e felicità piena. Non basta solo contemplare, rimane in estasi per sempre, ma come Gesù stesso ricorda agli apostoli nel momento della trasfigurazione, che bisogna alzarsi e non aver paura, avere il coraggio di scendere dalle eccelse mete della contemplazione e dell’estasi per scendere a valle, in mezzo agli altri e camminare con loro verso il calvario. Non c’è vera quaresima e quindi Pasqua se non si ha la forza e il coraggio di rinnovare se stessi, nel profondo del proprio cuore, ed avere incontro al mondo per trasfigurare in Cristo il mondo ed ogni persona che vi abita in esso e poco lo avverte come luogo di salvezza, vincendolo con la forza dell’amore e del dono, espresso dal croce del Redentore e dal volto insanguinato di nostro Signore.

Ci sostiene in questo cammino verso la Pasqua anche la prima lettura di questa domenica, tratta dal libro della Genesi (Gen 12,1-4a) nella quale ci viene ricordata la chiamata di Abramo alla missione di testimoniare la fede, la speranza e la carità verso quel Dio che ama, salva e consola. Il dialogo che intercorre tra Dio ed Abramo è quanto di meglio possa essere detto da Dio ed ascoltato da un uomo.
Lascia la tua terra, la tua parentela e la casa di tuo padre, e va verso la terra che io ti indicherò. Non è indicata subito questa terra, ma a mano a mano che si cammina con Dio, la meta e la terra si fa più vicina e più precisa.
Nel camminare si costruisce e si fa crescere un popolo, una nazione. Stando fermi si rimane da soli e non si dà vita neppure ad un alito di vita.
Ecco perché la promessa di Dio si realizza in Abramo, in quanto è uomo di fede e di piena fiducia nel Signore.
In Abramo, di fatto, il popolo eletto diventerà una grande nazione, in quanto da lui inizia quello sviluppo della religione che renderà grande Israele e poi la Chiesa di Cristo. A Dio non si può dire di no, mai e per nessun motivo al mondo o personale. Ecco perciò Abramo risponde con un generoso sì alla chiamata di Dio e partì, come gli aveva ordinato il Signore.

E sulla tematica della chiamata e risposta si basa il testo della seconda lettura di questo giorno santo, che è tratto dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (2 Tm 1,8b-10) nel quale l’Apostolo scrive al suo amico chiamandolo affettuosamente “Figlio mio” e ricordando a lui di sapere soffrire per il Vangelo. Gesù, scrive Paolo, “ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia”.
La nostra vocazione alla fede e all’impegno missionario viene ribadita con una forza espressiva e con un linguaggio che non ha paragoni. Questa vocazione ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo”.