Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?

PRIMA LETTURA: Rm 9,1-5

Vorrei essere io stesso anàtema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli.

SALMO: (Sal 147)

Celebra il Signore, Gerusalemme.

«Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa.

Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.

Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole».

Lc 14,1-6.

Gesù ci mostra ancora una volta come la misericordia sia superiore alla formalità, e come il cuore di Dio sia sempre rivolto alla persona, prima che alla norma. Si trova a pranzo in casa di un capo dei farisei, osservato attentamente, come spesso accade a chi è scomodo perché autentico.

Oggi il Vangelo ci mostra Gesù: fermo come un bue, mite come un asino. Si trova in casa di un fariseo importante; è sabato. «Essi stavano a osservarlo» (Lc 14,1). In questo clima di giudizio, Gesù guarda davanti a sé e vede un uomo idropico. La sua domanda è diretta: «È lecito o no guarire di sabato?» (Lc 14,3).

La domanda che pone — «È lecito o no guarire di sabato?» — non è una semplice questione di casistica religiosa, ma un invito a ritrovare il senso profondo della Legge: non un limite alla compassione, ma un suo sostegno. Il silenzio dei farisei è eloquente: non sanno come rispondere, perché sono legati più alla regola che al volto dell’uomo sofferente.

Una domanda che sfida la rigidità della legge in nome della compassione, del cuore. La legge del sabato, come la nostra domenica, era destinata al riposo e alla santificazione, ma si era trasformata in un peso. Con l’immagine del «figlio o del bue caduto in un pozzo», Gesù mette in luce l’incoerenza di coloro che, preoccupati per i propri beni, li avrebbero salvati senza esitazione, mentre avrebbero rimandato — perché sabato — la guarigione di una persona.

Gesù allora agisce: tocca, guarisce, libera. Non ha paura di “scandalizzare” chi è chiuso nella rigidità. Il suo gesto è un invito a tornare all’essenziale: «Chi di voi, se un figlio o un bue cade nel pozzo, non lo tira fuori subito, anche di sabato?». Con questa domanda smaschera l’ipocrisia di chi distingue i giorni sacri dalle persone, come se la sofferenza avesse bisogno di orari per essere accolta.

Uno che fu tratto fuori da un pozzo è Saulo di Tarso. Immaginiamo la sua azione di grazie, in sintonia con le parole di papa Leone XIV: «Mentre allora ringraziamo il Signore per la chiamata con cui ha trasformato la sua vita…, gli chiediamo di saper coltivare e diffondere la sua carità, facendoci prossimi gli uni per gli altri.» Gesù libera tutti, senza distinzione di condizione o di tempo. Essendo il “Figlio”, avrà certamente ricordato quella notte a Betlemme, sotto lo sguardo tenero di Maria e Giuseppe, quando un bue e un asino lo contemplavano: quel Bambino venuto a tirarci fuori dal pozzo del peccato, tutti e per sempre. Oggi, con occhi di misericordia, ci invita a guardare prima alle persone che alle cose, a dare priorità alla vita, ogni giorno.

La guarigione di oggi, e la parola di Gesù, ci interpellano: le nostre norme, tradizioni o comodità ci impediscono forse di vedere la necessità dell’altro? La mensa — simbolo e sacramento della comunità e della vita eucaristica — alla quale siamo tutti invitati, riflette una verità profonda: la nostra vita ha un valore incalcolabile. A quella mensa, Gesù lava i piedi, si dona come alimento e ci raccomanda: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19).

Anche oggi, quante volte mettiamo le regole davanti alle relazioni? Quante volte ignoriamo chi soffre vicino a noi, perché troppo presi da ciò che “si deve fare” o da quello che “diranno gli altri”? Gesù ci mostra un Dio che non guarda l’orologio della nostra religiosità, ma si china a liberare, a guarire, a toccare con amore.