Prese a mandarli.
PRIMA LETTURA: Am 7,12-15
Va’, profetizza al mio popolo.
SALMO: (Sal 84)
Mostraci, Signore, la tua misericordia.
SECONDA LETTURA: Ef 1,3-14
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano».
Mc 6,7-13
Il Vangelo odierno prosegue quello di domenica scorsa. Avevamo lasciato Gesù amareggiato dall’atteggiamento dei concittadini di Nazareth, che avevano rifiutato il suo annuncio. Ma, lungi dal perdersi d’animo e ben cosciente dell’opera che il Padre gli ha affidato, il Signore torna alla sua missione: l’annuncio del Regno di Dio. È questo il centro della sua predicazione, e non può che essere questo il centro dell’azione della Chiesa. Lo ha ricordato anche Papa Francesco, parlando della necessità attualissima per la Chiesa di “uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo”.
Ecco, allora, che lo sguardo torna al Vangelo, a Gesù che invia gli apostoli a fare esperienza di evangelizzazione. Prima però li istruisce attentamente sullo “stile” da vivere in questa missione, per poter sperimentare la forza del Vangelo che annunciano. Le modalità richieste da Gesù, infatti, sono “sostanza” e non “forma”, parte integrante dell’annuncio evangelico e non realtà accessoria.
Così Gesù, chiamati a sé i dodici, inizia ad inviarli “in missione”, ma non individualmente, né in gruppo grande, bensì “a due a due” (6,7). Quale ragione dietro questa scelta, che certamente non renderà la loro predicazione potente e neanche più capillare? Nel racconto non è contenuta una spiegazione esplicita, ma piuttosto si passa subito a dettagliare le singolari istruzioni di viaggio impartite dal maestro: prendere solo un bastone, senza pane né sacca né denaro; calzare dei sandali e limitarsi ad una tunica soltanto (v. 8).
“Non portate nulla per il viaggio”. È la nudità della croce. I Dodici riproducono in sé il volto di Colui che li invia, l’Uomo che cammina povero e libero, senza un luogo dove posare il capo né alleati da gratificare. “Non portare nulla”. Perché ciò che hai ti divide dall’altro. Perché nessun uomo è “ciò che possiede”. Perché vivrai dipendente dal cielo e dagli altri, di pane condiviso e di fiducia. Perché la forza non è nei mezzi, ma nella Parola, che si diffonde incarnandosi nei testimoni e nei martiri.
L’esiguità di questo bagaglio, costituto solo da quanto è indispensabile al cammino senza sovrappiù senza orpelli è sconcertante. Ma è un allenamento insuperabile per la capacità di affidamento: tutto il resto i discepoli dovranno trovarlo nella generosità dell’altro che incontreranno, affidandosi con fiducia alla sua accoglienza, ma consapevoli che potranno anche essere respinti (v. 11). Tutto quello che hanno da offrire è la buona notizia di Dio. Sono convinti – loro, per primi – che sia una proposta irrinunciabile? Saranno in grado di mostrarne la feconda bellezza?
“Entrati in una casa lì rimanete”. La casa, il luogo della vita più vera, dove annunciare e poi guarire, cacciare i demoni e creare comunione. Il luogo dove la vita nasce, vive d’amore, si converte dalla solitudine alla comunione: il cristianesimo deve essere significativo là, nella casa, nei giorni della festa e in quelli del dramma, quando c’è un “figliol prodigo”, quando Caino si arma di nuovo, quando l’amore sembra finito e ci si separa, quando l’anziano perde il senno o la salute. Là, dove la vita celebra la sua festa e piange le sue lacrime, giunge e sana la Parola di Dio.
Ad ogni modo, se saranno accolti o respinti, mi sembra di poter dire, questo li riguarderà “a due a due”: nell’esperienza del respingimento o dell’accoglienza il compagno di viaggio sarà l’indispensabile, ossia quanto è davvero necessario a superare la frustrazione del fallimento o a contenere l’esaltazione individualistica del successo. Perché due è il numero della relazione, della differenza e dell’alterità, ma anche del bisogno, della reciprocità e della condivisione. Due è garanzia dell’altro/a che ti guarda e ti dice chi sei e come stai agendo, nella relazione umana come in quella di fede.
Ecco la nuova proposta formativa di Gesù per i suoi: un’esperienza da viandanti, mendicanti e poveri, che potranno offrire solo l’invito alla conversione e l’annuncio liberante della prossimità di Dio, reso concreto attraverso la liberazione dai demòni e dalle malattie.
Ci vuole tanta fiducia per credere che quei dodici uomini fallibili e non sempre acuti possano esserne capaci. Ma l’entusiasmo degli inizi è forte; i discepoli partono e fanno ciò che hanno visto fare a lui: invitare a conversione, scacciare demòni, ungere e guarire i malati (vv. 12-13).
Un annuncio fatto di poche parole “convertitevi” e del modo di essere dei Dodici: ieri come oggi, è questo lo “stile” testimoniale che ogni evangelizzatore autentico deve assumere.