Quando lo sposo sarà loro tolto, allora digiuneranno.
PRIMA LETTURA: Is 58,1-9a
È forse questo il digiuno che bramo?
SALMO: (Sal 50)
Tu non disprezzi, o Dio, un cuore contrito e affranto.
Oppure:
Tu gradisci, Signore, il cuore penitente.
«In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».
Mt 9,14-15.
I discepoli di Giovanni e i farisei si interrogano: perché i discepoli di Gesù non digiunano come loro? Dietro questa domanda si nasconde l’inquietudine di chi teme che il nuovo possa mettere in crisi ciò che è già conosciuto.
Gesù risponde con un’immagine gioiosa e sorprendente: “Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro?”. Lo sposo è Lui, e la sua presenza inaugura un tempo di comunione. Il digiuno, nell’Antico Testamento, era segno di attesa, di penitenza, di desiderio di riconciliazione con Dio.
Cercando questo senso profondo, possiamo chiederci: qual è il vero digiuno? Già il profeta Isaia, nella prima lettura di oggi, commenta qual è il digiuno che Dio valuta di più: «Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà» (Is 58,7-8). A Dio piace così e aspetta da noi tutto quello che conduce all’autentico amore verso i nostri fratelli.
Ogni anno, il Santo Padre Giovanni Paolo II ci scriveva un messaggio di Quaresima. In uno di questi messaggi, sotto il lemma «Si è più felici nel dare che nel ricevere!» (At 20,35), le sue parole ci aiutarono a scoprire questa stessa “dimensione caritativa” del digiuno che ci dispone –dall’intimo del nostro cuore- a prepararci per la Pasqua, con uno sforzo, per identificarci sempre di più con l’amore di Cristo che lo ha portato fino a dare la vita sulla Croce. In definitiva, «ciò che ogni cristiano deve fare sempre, adesso deve farlo con più diligenza e con maggior devozione». Papa san Leone Magno.
Ma ora, con Gesù, Dio è già qui, vicino, concreto. Non è più tempo di piangere, ma di celebrare la vita che si fa incontro all’uomo. Tuttavia Gesù non abolisce il digiuno: lo colloca nel tempo giusto. “Verranno giorni in cui lo sposo sarà tolto, e allora digiuneranno”.
Verrà il tempo della prova, della distanza, dell’attesa del suo ritorno. Vivere la Fede significa riconoscere la presenza dello “Sposo”, godere della sua vicinanza e, quando sembra lontano, custodire nel silenzio il desiderio di ritrovarlo.