Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.

PRIMA LETTURA: 1Re 19,4-8

Con la forza di quel cibo camminò fino al monte di Dio.

SALMO: (Sal 33)

Gustate e vedete com’è buono il Signore.

SECONDA LETTURA: Ef 4,30-5,2

Camminate nella carità come Cristo.

«In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».

Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.

Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Gv 6,41-51

La parola di Dio di questa XIX domenica del tempo ordinario è incentrata sostanzialmente sul tema della mormorazione delle osservazioni. Soprattutto il testo del Vangelo di Giovanni che ne evidenzia il carattere negativo e distruttivo nei confronti di Gesù. Infatti, la mormorazione contro Gesù da parte dei Giudei è dettata dalle sue affermazioni circa la sua natura e la sua missione. Gesù cosciente della sua figliolanza con Dio si presenta aI mondo per quello che è, il Figlio di Dio. E come tale si attribuisce un termine che ha un vero sapore non solo pasquale, in ricordo dell’esodo di Israele verso la terra promessa, ma un esplicito richiamo alla sua identità di salvatore.

Ecco perché quella sua affermazione dà fastidio a quanti non credono in lui e la mormorazione nasce proprio dalla loro mancanza di fede in Gesù.

Eppure Gesù cerca di spiegare il perché di questo suo modo di parlare illustrando i passaggi della storia della salvezza con pochi e fondamentali accenni e richiami al passato:

“I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti”.

Quel pane materiale della manna non garantiva l’eternità, mentre il pane Gesù, che è disceso dal cielo, è alimento per l’eternità, al punto tale che chi ne mangia non muore.

Infatti Gesù tiene a far capire che:

«se uno mangia del suo pane vivrà in eterno e il pane che lui darà è la sua carne per la vita del mondo».

Riferimento al mistero della redenzione, alla sua morte in croce, ma anche all’eucaristia, che egli stesso istituirà nel giorno precedente alla sua passione, in quel cenacolo dove Gesù consuma la cena con il gruppo dei dodici e pronuncia le parole sul pane e sul vino, avviando così il cammino eucaristico della sta chiesa. Quel fate questo in memoria di me, non era altro che incentrare la vita della chiesa sul pane vero che è Cristo stesso.

La mancanza di fede di questi giudei era dovuta anche al fatto che conoscevano Gesù e lo dicono apertamente:

«Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».

Conosciuta la provenienza genitoriale Gesù viene classificato come un uomo qualsiasi, non come il Figlio di Dio incarnatosi nel grembo verginale di Maria per opera dello Spirito Santo. Conoscenze esclusive e dirette di Maria e Giuseppe, gli unici a sapere l’esatta provenienza di Gesù.

Di fronte all’incredulità e allo scetticismo dei Giudei, Gesù replica con parole di vita e verità che hanno un peso dottrinale e spirituale di straordinario respiro biblico e religioso: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita”. Più chiaro ed esplicito Gesù non poteva essere in quel contesto di dubbi e incertezze, ma il fatto che abbia ribadito l’essere pane ci dice della sua missione che è quella di consumarsi per la vita del mondo e per la salvezza dell’umanità. Una salvezza non temporale, momentanea o occasionale, ma definitiva che oltrepassa il tempo e si colloca nell’eterno. Egli è davvero quel pane che noi consumiamo non sulle tavole dei nostri pranzi quotidiani o cene serali, ma sull’altare del sacrificio eucaristico, che ci rende degni del cielo.

San Paolo nella sua lettera agli Efesini, seconda lettura di questa domenica ci ricorda ciò che dobbiamo evitare di fare: non dobbiamo rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione. Per non far soffrire Dio, con il nostro comportamento assurdo e deleterio devono scomparire da noi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Ci dobbiamo sforzare di essere benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ci ha perdonato nel suo Figlio, Gesù Cristo. Bisogna, in definitiva camminare nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore. Cristo è quindi il riferimento costante del nostro bene operare ed agire da cristiani. In altri termini, prendendo a prestito il suggerimento dalla prima lettura, tratta dal 1 Libro dei Rei dobbiamo seguire le orme del profeta Elìa, in quale s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Era stanco non ce la faceva più e il suo desiderio più profondo era quello di morire. Si rivolse a Dio con queste parole di sconforto: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Si coricò e si addormentò sotto la ginestra in attesa della morte. In altri termini si lasciò andare psicologicamente e fisamente, stanco della vita. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia!». Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò. Rifocillatosi il profeta di nuovo si abbondò a se stesso con lo stesso pensiero di prima di lasciare questo mondo, perché non si riteneva degno del compito affidatagli da Dio e né si sentiva il migliore e il più capace di tutti. Al contrario. In questo stato di cose, tornò per la seconda volta l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse nuovamente: «Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Si alzò, mangiò e bevve. Questa volta il profeta reagì ed ascoltò la voce dell’Angelo ovvero del messaggero di Dio. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.

Riprese le forze di diresse versa la meta, verso quel monte che è tutto non solo per il popolo di Israele, ma anche per noi cristiani che in questo luogo benedetto da Dio, troviamo le origini della nostra fede in lui e della vera religione, rivelata a noi da Cristo. E nel pane eucaristico troviamo la forza sacramentale per continuare a camminare nel mondo avendo lo sguardo diretto a ciò che è il cibo per l’eternità, come preghiamo nella colletta di questa domenica: Guida, o Padre, la tua Chiesa pellegrina nel mondo, sostienila con la forza del cibo che non perisce, perché perseverando nella fede di Cristo giunga a contemplare la luce del tuo volto”.