Chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.
PRIMA LETTURA: 2Cor 3,15-4,1.3-6
Dio rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio.
SALMO: (Sal 84)
Donaci occhi, Signore, per vedere la tua gloria.
«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!».
Mt 5,20-26.
Siamo nuovamente al capitolo 5 del Vangelo di Matteo, al discorso della montagna: dopo le beatitudini e dopo averci detto che, vivendo in quello spirito nuovo, siamo sale della terra e luce del mondo, Gesù prosegue spiegando il senso profondo della legge e il suo compimento, attraverso sei efficaci contrapposizioni: «Avete inteso che fu detto… Ma io vi dico…». Col brano di oggi leggiamo la prima.
«Pieno compimento della legge è la Carità» (Rm 13,10); così san Paolo sintetizza l’insegnamento di Gesù sulla giustizia la cui misura più alta è l’amore, soprattutto nei confronti del fratello divenuto nemico. Il comandamento «non ucciderai» ricorda che non siamo padroni della vita perché non siamo noi a darla e non possiamo toglierla a nessuno; al contrario siamo chiamati ad essere a servizio della vita perché noi per primi l’abbiamo ricevuta in dono.
“Non ucciderai”: è il comandamento che vieta di uccidere, che vieta il male più estremo; Gesù non lo nega, non dice “Uccidete, fate il male”, piuttosto— «Ma io vi dico…» —ci dice che non basta non uccidere, bisogna porci in una prospettiva più radicale e più profonda, andare alla radice del male e convertire il nostro cuore.
«Chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio», così come chi dice al fratello “Stupido” o “Pazzo”. La rabbia, di per sé, non è sbagliata, è una emozione, che possiamo e dobbiamo comprendere, ricondurre alle sue cause e ai suoi significati più profondi, traendo da essi consapevolezza e diverse sorgenti di bene; la rabbia che affiora come violenza, come insulto (“Stupido” “Pazzo”) è sempre sbagliata, toglie all’altro la verità di sé stesso e, invece che disinnescare il male, lo amplifica.
E non basta neanche che ci impegniamo ad ampliare il nostro sguardo e a convertire il nostro cuore, dobbiamo anche aiutare gli altri a farlo, ci esorta Gesù: «Se… ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, …va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello». Solo in un incontro cruciale di significati profondi, nostri e dell’altro, la riconciliazione è piena ed un torto o una ferita diventano occasione di comprensione reciproca e di bene.
Gesù non nega la legge, non la sostituisce, ma la chiarisce e le rende pienezza.
Gesù intensifica il significato del precetto perché uccidere significa anche ferire mortalmente con le parole offensive. Gli uomini sono immagine e somiglianza di Dio non solo per quelle facoltà invisibili come l’intelligenza, la volontà e la libertà, ma anche per il fatto che ciò che è invisibile, come il pensiero, diventa palese attraverso le parole e le azioni.
Il decalogo è il manuale grazie al quale ci esercitiamo a pensare, e di conseguenza anche a parlare e ad agire, come Dio. Se dunque il fine della legge è l’alleanza tra Dio e l’uomo, allora la giustizia raggiunge la sua forma piena quando essa ricerca la riconciliazione. Le parole e le azioni di Dio rivelano il suo amore e attuano la giustizia ovvero sua ferma intenzione di mantenere con noi sempre una relazione di amicizia e di dialogo.
E quando, per la sua disobbedienza, l’uomo perde la sua amicizia, Egli non lo abbandona in potere della morte, ma, nella sua misericordia, a tutti viene incontro, perché coloro che lo cercano lo possano trovare. Gesù indica nella giustizia della misericordia il criterio che guida il fratello a cercare l’altro fratello per trovare insieme un accordo.
L’amore a Dio, espresso nell’offerta cultuale e nella preghiera risulterebbe ipocrita se non fosse accompagnata dal sacrificio fatto per ottenere e dare il perdono. E questo in definitiva perché ciò che Dio gradisce di più in assoluto è la comunione fraterna.