Oggi, ci viene mostrata la fede di una donna che non apparteneva al popolo eletto, ma che aveva fiducia in che Gesù avrebbe potuto curare sua figlia. Infatti quella madre era pagana «di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella le supplicava di scacciare il demonio da sua figlia» (Mc 7,26). Il dolore e l’amore la spingono a chiedere con insistenza, senza badare né a disprezzi, né a indugi né a indegnità. E ottiene quello che chiede, infatti «Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato» (Mc 7,30).

Gesù valica i confini d’Israele per toccare anche la terra straniera. I pagani venivano considerati impuri ed era vietato entrare in casa di uno di loro. Forse per questo lo fa quasi di nascosto. Ha dimostrato di non temere il giudizio degli altri, ma non vuole alimentare la polemica o ingenerare scandali.

Tuttavia, la sua presenza non passa inosservata e una donna, disperata per il fatto che la sua figlioletta è posseduta da uno spirito impuro, va da lui per supplicarlo di liberarla. La risposta di Gesù è affidata ad una piccola parabola nella quale si indica nei figli i primi fruitori del pane. Non sarebbe giusto privarli del nutrimento per darlo ai cagnolini.

Cosa abbia voluto intendere Gesù con queste parole può essere oggetto di varie interpretazioni. Probabilmente riprende la concezione ebraica per la quale deve esserci una distinzione tra gli Israeliti e i pagani. Il pane si dà, non si getta, perché è sacro. Usando il termine cagnolino, forse si smorza quel senso di disprezzo con il quale i pagani venivano tacciati. Non per questo, comunque, si attenua l’ombra della discriminazione.

Il discorso di Gesù verte sull’utilizzo del pane, ovvero sul potere che gli è riconosciuto e non sulla differenza che c’è tra i figli e i cagnolini. La replica della donna ci aiuta a cogliere nelle parole di Gesù un altro senso. Infatti, si potrebbe anche intravedere un invito rivolto alla donna a saziarsi lei per prima del pane dei figli, considerandola alla stregua degli Israeliti, benché sia una pagana.

Alla donna, che si era appellata disperatamente alla compassione di Gesù, egli tiene a mettere in chiaro che la bontà di Dio è un dono, non una pietosa concessione. Avere misericordia non significa far finta che non esista il peccato, non annulla le differenze e non confonde il male col bene, o viceversa. La donna, che era mossa dalla disperazione, viene accompagnata a ragionare e non semplicemente ad agire sotto l’impulso della paura.

Ella comprende che è necessario prima nutrirsi da figli del pane che il Padre mette in tavola, affinché anche i cagnolini ne possano mangiare le briciole. Dunque, ella coglie nelle parole di Gesù un invito a sedersi a mensa per nutrirsi del pane della Parola.

La fede della donna, prima mossa dal timore di perdere la figlia, è animata dalla gratitudine che nasce dal sentirsi amata come figlia e non come estranea. Ella non reclama un diritto ma si apre ad accogliere il dono, nella misura che lei stessa rinuncia a determinare, affidandosi alla bontà provvidente di Dio.

La bambina è liberata dal demonio grazie alla fede della sua mamma e non per un atto magico. La grazia di Dio agisce attraverso la fede degli uomini, anche di chi riconosce di non essere degno ma è animato dalla speranza.

Come i cagnolini, in silenzio, stando sotto la tavola mangiano le briciole dei figli, così la fede dei piccoli si nutre con le piccole e ordinarie cose, nelle quali però c’è tutto quello che basta per essere felici.

La donna siro-fenicia è il simbolo di chiunque vive una condizione di marginalità e sofferenza, o che non rientra perfettamente nei canoni della legge. Per tutti il pane della Parola viene spezzato e ognuno ha la possibilità di nutrirsi.

Non c’è casa, non c’è famiglia, anche quella non benedetta con il sacramento del matrimonio, in cui non possa giungere la grazia della fede. Anche un briciolo di fede fa miracoli.