Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti.

PRIMA LETTURA: Ger 17,5-8

Maledetto chi confida nell’uomo; benedetto chi confida nel Signore.

SALMO: (Sal 1)

Beato l’uomo che confida nel Signore.

«In quel tempo, Gesù disse ai farisei:

«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.

Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.

Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.

E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Lc 16,19-31

Oggi, il Vangelo è una parabola che ci scopre le realtà dell’uomo dopo la morte. Gesù ci parla del premio o del castigo che avremo a seconda di come ci siamo comportati.

Il contrasto tra il ricco e il povero è molto forte. Il lusso e l’indifferenza del ricco; la situazione patetica di Lazzaro, con i cani che gli leccano le piaghe (cf. Lc 16,19-21). Tutto con un gran realismo, che fa sì che entriamo nello scenario.

Possiamo pensare: dove saremmo noi, se fossimo uno dei protagonisti della parabola? La nostra società, costantemente, ci ricorda che dobbiamo vivere bene, con comodità e benessere, ricreandoci e senza preoccupazioni. Vivere per sé stessi senza preoccuparsi degli altri o preoccupandosi solo dell’essenziale affinché la coscienza stia tranquilla, però non per un senso di giustizia, amore o solidarietà.

Oggi ci si presenta la necessità di ascoltare Dio in questa vita, di convertirci in questa vita e approfittare il tempo che Lui ci concede. Dio chiede un rendiconto. In questa vita mettiamo a repentaglio la “vita”.

Gesù lascia chiara l’esistenza dell’inferno descrivendo alcune delle sue caratteristiche: la pena che soffrono i sensi –«intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». (Lc 16,24)- e la sua eternità –«tra noi e voi è stato fissato un grande abisso» (Lc 16,26)-.

Il problema di questo ricco senza nome non è quello di essere propriamente cattivo. La parabola che abbiamo letto non ci riporta alcun suo gesto malvagio; anzi, possiamo pure riscontrare una certa sollecitudine nei confronti dei fratelli perché non condividano la sua stessa fine.

Il difetto che lo condanna è piuttosto quello di essere molto centrato su sé stesso: durante la vita pensa solo ai suoi vestiti e banchetti; solo dopo la morte “alza gli occhi” e si accorge dell’esistenza di Lazzaro, che comunque considera non più di un servitore che dovrebbe preoccuparsi di portargli dell’acqua o ammonire i fratelli ancora in vita. Né in morte né in vita si rivolge direttamente a Lazzaro, neanche per chiedergli perdono.

Non crediamo quindi che il giudizio morale sulla nostra vita sia tanto legato al compiere atti in sé malvagi. Chiediamoci piuttosto se ci stiamo guardando intorno per vedere di cosa hanno bisogno i nostri fratelli accanto a noi; se nei confronti di questi fratelli usiamo la “misura buona, pigiata, colma e traboccante” su cui meditavamo lunedì, oppure se non stiamo lasciando loro neanche le briciole che cadono dalla nostra tavola.

Il dramma dell’uomo e della donna che guardano solo sé stessi è che non c’è modo di fare capire loro il pasticcio nel quale si stanno cacciando. L’unico modo per ammonire qualcuno è mandargli una persona a parlargli; ma se questo qualcuno è così concentrato su sé stesso da non vedere nessun altro al mondo, non c’è profeta o messia risorto che tenga.

San Gregorio Magno ci dice che «tutte queste cose si dicono affinché nessuno possa scusarsi a causa della sua ignoranza». Bisogna spogliarsi dell’uomo vecchio ed essere liberi per poter amare il prossimo. Dobbiamo rispondere alla sofferenza dei poveri, dei malati o degli abbandonati. Sarebbe bene che ricordassimo questa parabola con frequenza perché ci faccia più responsabili della nostra vita. A tutti giunge il momento della morte. E dobbiamo essere sempre preparati perché un giorno saremo giudicati.