Esci, spirito impuro, da quest’uomo.

PRIMA LETTURA: Eb 11,32-40

Per fede conquistarono regni. Dio per noi aveva predisposto qualcosa di meglio.

SALMO: (Sal 30)

Rendete saldo il vostro cuore, voi tutti che sperate nel Signore.

«In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro.

Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre.

Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi e, urlando a gran voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!». E gli domandò: «Qual è il tuo nome?». «Il mio nome è Legione – gli rispose – perché siamo in molti». E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese.

C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. E lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare.

I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. Giunsero da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio.

Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati».

Mc 5,1-20.

Gesù e i suoi discepoli, dopo il passaggio critico nel quale gli apostoli hanno sperimentato la forza della sua parola, grazie alla quale avevano scampato il pericolo di perire in mezzo alla tempesta, approdano in una terra abitata dai pagani. Li accoglie un indemoniato che aveva la sua dimora tra le tombe, un cittadino del regno dei morti. A presidio di quel regno c’è una legione di demoni che si schierano a battaglia contro l’araldo del regno di Dio con i suoi discepoli.

Quest’uomo vive la somma di molti mali. Innanzitutto il male fisico più estremo: la pazzia, l’autolesionismo, forse il tentativo di farla finita con una vita intollerabile. Poi il male sociale più radicale: l’impurità, l’isolamento, la solitudine, l’impossibilità di relazione con altri uomini, al punto da desiderare solo la compagnia dei morti.

Di fronte a tanto male Gesù chiede quale sia il suo nome. Lo vuole chiamare per nome, cerca il suo nome. Il nome, lo sappiamo, è la dignità dell’essere, l’unicità misteriosa per la quale siamo al mondo. Chiamare per nome è restituire dignità. E il male cerca ancora di impedire a Gesù di entrare in relazione con quest’uomo: non abbiamo un nome, “siamo legione”.

Ma niente ferma la volontà di Gesù: se siete un esercito, provvederò un esercito per un inaudito scambio di prigionieri! Se siete una legione di spiriti impuri, sarete a vostro agio in animali impuri come i porci!

Un numero enorme di porci sacrificati, come notano i pragmatici abitanti del luogo. Come a dire, il valore della persona è incommensurabile, letteralmente non si misura.

Il regno dei morti è quello in cui le relazioni sono catene e ceppi con i quali l’uno vorrebbe controllare l’altro. Si tratta di legami possessivi che generano malessere, grida, litigi e aggressività contro sé stessi e contro gli altri.

La parola di Gesù è l’arma più potente per sconfiggere il regno del maligno e guadagnare terreno facendo conquistare la libertà a chi è schiavo della morte. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: «videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura».

Nel regno dei morti vige la cultura dello scarto e l’emarginazione è il risultato di una politica che mette al primo posto l’interesse economico. La gente del posto, suddita anch’essa di quel regno, ha paura del regno di Dio, in cui sono sovvertiti i principi imposti dai dominatori di questo mondo. Essi, che considerano gli scartati della società un semplice effetto collaterale della logica del profitto, e ai quali conviene mantenerli in ghetti lontani dalla città, dove non c’è tempo per curare le persone ma solo per occuparsi degli interessi economici, non accettano di entrare nel regno di Dio.

La missione di Gesù non è fallita ma continua nel cittadino del regno di Dio, che con la sua testimonianza sparge il seme della speranza e della misericordia che lo ha sanato. I discepoli di Gesù, scartati dal mondo, sono riciclati dalla misericordia.