Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare.

PRIMA LETTURA: Sap 2,23-3,9

Agli occhi degli stolti parve che morissero, ma essi sono nella pace.

SALMO: (Sal 33)

Benedirò il Signore in ogni tempo.

«In quel tempo, Gesù disse:

«Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?

Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Lc 17,7-10.

Oggi, l’attenzione del Vangelo non si dirige all’atteggiamento del padrone, ma a quello dei servi. Gesù invita i suoi apostoli, mediante l’esempio di una parabola, a riflettere sull’atteggiamento di servizio: il servo deve compiere il suo dovere senza aspettarsi una ricompensa: «Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?» (Lc 17,9).

Tuttavia, questa non è l’ultima lezione del Maestro con riguardo al servizio. Gesù dirà più avanti ai suoi discepoli: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.» (Gv 15,15). Gli amici non presentano fatture. Se i servi devono compiere il loro dovere, ancora di più gli apostoli di Gesù. Noi, amici suoi, dobbiamo compiere la missione affidataci da Dio, coscienti che il nostro lavoro non ha diritto a nessuna ricompensa, perché lo facciamo con gioia e perché tutto quello che abbiamo e siamo è un dono di Dio.

Per il credente tutto è un simbolo, per chi ama tutto è un dono. Lavorare per il Regno di Dio è, già la nostra ricompensa; perciò non dobbiamo dire con tristezza né svogliatamente: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10), ma con la gioia di chi è stato chiamato a diffondere il Vangelo.

Qui infatti Gesù sottolinea come per i servi non abbia senso aspettarsi la gratitudine dal padrone. Inutile illudersi di avere un posto a tavola come premio per aver svolto il proprio dovere (nemmeno per intero, tra l’altro). Anzi, dopo una giornata di duro lavoro nella vigna del Signore, l’unica consolazione che dobbiamo concederci è la rassegnazione di essere “solo dei servi”.

Ed è questa rassegnazione nelle mani del Signore che ci libera. Ci libera dall’ossessione di una ricompensa da parte sua. Ci libera dagli affanni della competizione per metterci in mostra davanti a lui o tra di noi. Ci libera dalle preoccupazioni sul nostro futuro. Perché alla fine siamo tutti semplicemente dei servitori, ed il Signore che è buono provvederà a noi in tutto.

Che dobbiamo fare noi in cambio di tutto questo? Semplicemente dire di sì e fare quello che ci chiede, qualunque cosa essa sia, gioendo della bellezza di essere solo degli umili servi.

Mentre in altri discorsi il modello di schiavitù tra l’uomo e Dio è stato scardinato dalla nuova relazione tra il Padre e noi suoi figli, in questa parabola la servitù nella sua accezione più letterale viene messa al centro del nostro rapporto con Dio.

In questi giorni abbiamo presente anche la festa di un grande santo, di un grande amico di Gesù, molto popolare in Catalogna, san Martino di Tours, che dedicò la sua vita al servizio del Vangelo di Cristo. Di lui scrisse Sulpicio Severo: «Uomo straordinario che non fu soggiogato dal lavoro né vinto dalla morte, non ebbe preferenze per nessuna delle due parti, non temette la morte, non rifiutò la vita! Con le mani e gli occhi alzati verso il cielo, il suo spirito invincibile non smetteva di pregare». Nella preghiera, nel dialogo con l’Amico, troviamo, effettivamente, il segreto e la forza del nostro servire servizio.