Una parte del seme cadde sul terreno buono e diede frutto.
PRIMA LETTURA: Ger 1,1.4-10
Ti ho stabilito profeta delle nazioni.
SALMO: (Sal 70)
La mia bocca, Signore, racconterà la tua giustizia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Mt 13,1-9
La parabola di oggi è la parabola della libertà dell’uomo, del libero arbitrio, quel grande dono che ci rende responsabili e fautori del nostro destino di vita o di morte. Il Signore si “limita” a gettare il suo seme nel cuore di ciascuno di noi.
Getta il seme poi si ferma in attesa di che cosa noi, nella nostra libertà, decidiamo di farne. Possiamo essere un terreno buono e un terreno non buono, possiamo dare frutto o non darlo. Il Signore non ci salva per forza, Egli ci lascia liberi di decidere che farne del suo seme.
Egli neppure ci salva “a prescindere”, indipendentemente da come lo accogliamo e da come impostiamo il nostro rapporto con Lui. Tutti noi desideriamo essere il terreno buono e dare i frutti sperati. Ma che cosa significa essere un terreno buono?
Nostro Signore ce lo dice: il terreno buono è colui che, a differenza del terreno duro e asciutto della strada, non ignora la parola lasciandola in baia degli uccelli, ma la onora, la custodisce e le riserva la dovuta importanza. Il terreno buono è colui che, a differenza del terreno roccioso, prende sul serio la parola di Dio e la medita con profondità e impegno.
Il terreno buono è colui che, a differenza del terreno con i rovi, rinuncia alle logiche del mondo e converte il suo cuore a Cristo, senza aspirare, in modo meschino, a una fede comoda e che piaccia al mondo e scenda a compromessi col peccato.
I contadini insegnano che il terreno, perché sia davvero buono, ha bisogno di cura e di dedizione. Come il contadino, anche noi prendiamoci cura del nostro terreno spirituale, attraverso i doni che, mediante la Chiesa Cattolica, il Cielo ci offre. I sacramenti: la Confessione per togliere le erbacce e l’Eucarestia per arricchire il terreno affinché sia in grado di dare buoni frutti. L’ascolto della parola per irrigare il terreno dell’anima.
Da un luogo piccolo e chiuso, qual è la casa, che è pure uno spazio protetto e sicuro, Gesù esce per sedersi in riva al mare che è un ambiente più aperto ma che indica anche il confine tra le certezze della terra ferma e l’incognita del mare.
Per il fatto che Gesù abita i luoghi fisici e psichici degli uomini, essi si radunano attorno a lui, attirati dalla sua capacità di entrare in empatia con loro e condividerne la vita in tutti i suoi aspetti. La barca ormeggiata vicino la riva sulla quale sale diventa la cattedra da cui offrire un insegnamento importante. Sceglie il linguaggio della parabola per spiegare alla gente il senso di ciò che sta avvenendo in quell’incontro.
Gesù sale sulla barca e vi si siede perché coloro che sono con lui e l’ascoltano abbiano davanti a loro il mare immagine che riassume in sé le incognite della vita. A volte anche il nostro sguardo su Dio, soprattutto quando nello specchio d’acqua si riflettono nubi dense e minacciose, è carico di diffidenza e pieno d’interrogativi. Ci fa paura perché ci appare misterioso e la sua volontà un’incognita. Con il gesto di salire sulla barca, mentre la folla rimane sula spiaggia, Gesù chiede di stare difronte alla realtà, anche se dolorosa e difficile da accettare, con uno spirito fiducioso e con cuore aperto all’ascolto.
Infatti, la parabola è rivolta a tutti coloro che attratti da Gesù desiderano ascoltare la sua parola perché essa è per tutti e non per pochi. Tuttavia, Gesù racconta la parabola perché noi possiamo discernere quale tipo di terreno siamo e se il processo di trasformazione del seme-Parola giunge a maturazione o s’interrompe prima. È evidente che Gesù, come il seminatore, sparge il seme perché poi possa passare per raccoglier ei frutti.
Tra la semina e il raccolto si gioca la nostra responsabilità da cui dipende la fecondità della nostra vita. Dio ci parla in tanti modi e ci benedice con i suoi doni. Gesù riassume in sé tutta la Parola di Dio e tutti i suoi doni di grazia. La Parola ascoltata e i sacramenti celebrati quale impatto hanno nella nostra vita?
La parabola non dà risposte ma suscita interrogativi che ciascuno deve rivolgere alla sua coscienza per verificare che tipo di cristiano è, ovvero se si lascia trasformare dalla Parola di Dio rendendolo fecondo di buoni frutti della carità oppure se intervengono dei fattori, interni ed esterni, che bloccano il processo di maturazione. Tutti abbiamo gli orecchi, cioè la capacità di sentire, ma non tutti coltivano la virtù dell’ascolto.
L’ascolto, infatti, prima che essere una capacità e una competenza, è una virtù nella quale trovano sintesi i doni di Dio della fede, della speranza e della carità.