Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Misericordia io voglio e non sacrifici.

PRIMA LETTURA: Am 8,4-6.9-12

Manderò la fame nel paese; non fame di pane ma di ascoltare le parole del Signore.

SALMO: (Sal 118)

Non di solo pane vivrà l’uomo,

ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

«In quel tempo, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.

Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».

Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Mt 9,9-13

Oggi, il Vangelo ci parla di una vocazione, quella del pubblicano Matteo. Per Matteo l’incontro con Gesù è stato l’inizio di una vita libera, altro che rinuncia, sforzo o sacrificio! Lasciare tutto è, semplicemente, aver trovato l’Unico per cui vivere è bello, vero, santo; è essere rapiti dall’amore al quale tutto, in ogni uomo, tende invincibilmente.

Niente di più lontano dalle ideologie che ignorano la realtà dell’incarnazione e dal moralismo sempre indignato di chi si illude di salvare la terra e trasformare il mondo in un paradiso con le proprie forze e presunte virtù.

Solo chi, sorpreso e raggiunto dalla misericordia, si scopre nudo e peccatore, senza meriti da esibire, può accogliere Cristo; chi suppone d’essere giusto in mezzo a tante ingiustizie non può comprendere, si scandalizza che l’amore “si sieda a mensa con i peccatori”, confonde la misericordia con il male, si chiude nei propri giudizi, e finisce con il prendere il posto di Matteo, escluso dalla comunione con Dio, nella quale invece il pubblicano è stato riaccolto.

Ma Cristo viene anche oggi nella nostra vita, sin dentro i nostri peccati. Non importa se non lo stiamo aspettando, se siamo intenti ai nostri traffici più o meno loschi. Importa il suo amore, importa l’esperienza, vera e reale, del suo perdono. Importa la libertà.

Essa è per noi, incastonata negli occhi misericordiosi e compassionevoli di Gesù, risuona nella sua parola annunciata dove siamo oggi sprecando la nostra vita. Con Matteo possiamo passare dalla tristezza alla gioia, dal lutto alla festa, dalla solitudine all’Eucarestia, dalla bruttezza del peccato alla bellezza dell’amore.

Gesù sta posando il suo sguardo su di noi, riusciamo ad accorgercene? La nostra vita passata non può rappresentare un ostacolo—nessuno è perduto, nulla si butta—alla riconciliazione che scaturisce dalla vittoria di Cristo.