Avete fatto della casa di Dio un covo di ladri».

PRIMA LETTURA: Ap 10,8-11

Presi quel piccolo libro e lo divorai.

SALMO: (Sal 118)

Quanto sono dolci al mio palato le tue promesse!

Oppure:

Nelle tue parole, Signore, è la mia gioia.

«In quel tempo, Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: «Sta scritto: “La mia casa sarà casa di preghiera”. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».

Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo».

Lc 19,45-48.

Oggi, il gesto di Gesù è profetico. Alla maniera degli antichi profeti, realizza un’azione simbolica, piena di significato con vista al futuro. Nel cacciare dal tempio i mercanti che vendevano le vittime destinate a servire come offerta e nell’evocare che «il mio tempio si chiamerà casa di preghiera» (Is 56,7), Gesù annunciava la nuova situazione che Lui veniva a istituire, nella quale i sacrifici di animali non avevano più spazio. San Giovanni definirà la nuova relazione cultuale come una «adorazione al Padre in Spirito e verità» (Gn 4,24). La figura deve lasciar posto alla realtà. San Tommaso d’Aquino diceva poeticamente: “che l’Antico Testamento ceda il posto al Nuovo Rito”.

Il Nuovo Rito è la parola di Gesù. Per questo, San Luca ha collegato la scena della purificazione del tempio con la presentazione di Gesù predicando in esso ogni giorno. Il nuovo rito si centra nella preghiera e nell’ ascolto della Parola di Dio. Ma, in realtà, il centro del centro dell’istituzione cristiana è la stessa persona viva di Gesù, con la sua carne consegnata e il suo sangue versato sulla croce offerti nella Eucaristia.

Nel Nuovo Testamento iniziato da Gesù non sono più necessari i buoi né i venditori di agnelli. Lo stesso che «tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo» (Lc 19,48), noi non dobbiamo andare al tempio a sacrificare delle vittime, bensì a ricevere Gesù, autentico agnello immolato offerto per noi una volta per tutte (cf. Eb 7,27), e ad unire la nostra vita con la sua.

La fede e l’amore di Dio non si comprano, né con il denaro né con i sacrifici né con le opere buone. Sono donati gratuitamente ed in abbondanza a chiunque le desideri. Caso mai, al contrario, le opere buone possono discendere dalla convinzione che l’amore che Dio ci ha gratuitamente dato è da condividere con gli altri. Tuttavia il denaro è parte della nostra vita, nel bene e nel male. Sia ciascuno di noi individualmente sia l’istituzione ecclesiastica devono confrontarsi con questa realtà, e capire come usarla senza che essa diventi una sanguisuga che ci prosciuga delle nostre energie più importanti e preziose.

Al tempio di Gerusalemme i mercanti di animali fornivano il materiale per i sacrifici. Anche i genitori di Gesù, dopo la sua nascita, offrirono in sacrificio “una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore” (Lc 2, 24). Ma un conto è un mercato onesto in cui si consente a chiunque di partecipare al culto secondo le sue possibilità, un conto è un luogo di speculazione in cui si sfruttano la devozione e magari l’ingenuità di chi desidera rispettare la legge cultuale per estorcergli prezzi gonfiati.

Oggi le nostre chiese hanno bisogno di lavori di riparazione, di illuminazione e di riscaldamento; i nostri preti e religiosi e le altre persone che lavorano per la chiesa hanno bisogno di uno stipendio per poter mangiare e vivere. È quindi giusto che i fedeli si facciano carico delle spese che vanno a vantaggio di tutta la comunità, ciascuno secondo le proprie possibilità; ma certamente non bisogna illudersi, come ahimè è successo nella storia, che le offerte che lasciamo possano comprare i beni spirituali che Dio dona gratuitamente a tutti.