Può forse un cieco guidare un altro cieco?
PRIMA LETTURA: 1Cor 9,16-19.22b-27
Mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno.
SALMO: (Sal 83)
Quanto sono amabili le tue dimore, Signore!
«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
Lc 6,39-42.
La presunzione è una grave forma di cecità della mente e del cuore di cui è affetto chi crede di saperne di più degli altri, persino dei maestri. Perciò opportunamente Gesù ci ricorda che non si diventa maestri perché lo si vuole ma solamente se si rimane discepoli, ovvero consapevoli di dover sempre imparare, prima ancora che insegnare.
Ben inteso, il desiderio d’insegnare è una cosa buona ed è generato dalla vocazione di ciascuno alla maternità e alla paternità perché la genitorialità si esprime nell’essere maestri di vita. Per ben prepararsi a vivere a pieno la propria vocazione è necessario curare e sviluppare ogni dimensione del discepolato, la prima delle quali è la conoscenza di sé e la volontà di correggersi e migliorarsi.
Il Maestro insegna innanzitutto a guardarsi dentro e, cogliendo i propri punti deboli, si fa compagno per aiutare il discepolo a lavorare su sé stesso e a maturare da ogni punto di vista, umano in maniera particolare. Non si può essere maestri della fede se non si seguono tutte le tappe del discepolato dell’umanità per imparare la disciplina della carità fraterna.
In definitiva, si tratta di crescere nelle virtù umane in modo tale da intessere relazioni attraverso le quali possa fluire la sapienza e la grazia di Dio. Il maestro vero non è quello che accredita sé stesso vantando titoli o competenze ma è colui che, rimanendo umile discepolo dell’unico Maestro, si pone a servizio gratuito e disinteressato dei suoi fratelli, condividendo con loro la propria esperienza di come si possa imparare dai propri errori e di come trasformare i limiti in risorse, le crisi in opportunità.
Non bisogna nascondere le proprie fragilità distraendo la propria attenzione dal prendersene cura e nascondendole dietro l’attivismo filantropico verso gli altri. Il medico migliore è quello che cura le patologie degli altri nella misura in cui sa curare le proprie.
La Parola di oggi pone fine alle meditazioni sul capitolo sei del vangelo di Luca. Protagonista assoluto è il Maestro che continua ad insegnare ai discepoli le grandi novità portate dal suo messaggio. Una lieta notizia da consegnare a chiunque.
Come in altre occasioni ricorre alla parabola come strumento per spiegare in un linguaggio comprensibile ai discepoli, che a loro volta se ne serviranno quando saranno inviati a predicare l’annuncio del Regno, le condizioni per meritare il Regno dei cieli.
Un compito che, probabilmente, non tutti si sentivano all’altezza e, forse anche per questo, sappiamo che veniva inviata una coppia di discepoli. Mai da soli. Come i profeti del Primo Testamento spesso erano restii ad accettare la chiamata di Dio, forse anche i discepoli erano timorosi temendo di non essere riconosciuti come rabbini, come sapienti, come maestri. Sappiamo che molti erano pescatori: perché ascoltare la loro voce?
Il Nazareno, nella prima parte della pericope, precisa che solo lui è il Maestro, ma questo non deve impedire ai discepoli, come a tutti i battezzati, di essere testimoni credibili più che oratori professionisti.
Evitando sempre un pericolo. Quello della ipocrisia. Ritorna, pur assenti, la controversia contro gli scribi e i farisei. L’Emmanuele contestava il difforme atteggiamento rispetto alla Parola predicata e pregata. Sono accusati di ipocrisia perché aggiungevano alla Parola le loro parole, fatte di prescrizioni e regole che riducevano il rapporto con Dio ad un serie di aridi comportamenti da rispettare rigorosamente.
Se i discepoli non guardano prima se stessi, se la loro vita non corrisponde alle parole proclamate alle folle, sarebbero a loro volta ipocriti. Il ricorso alla trave (in noi) e alla pagliuzza (presente nell’altro) rende bene l’idea.
L’idea di un Padre misericordioso che desidera che noi per primi sappiamo essere misericordiosi con gli altri. Non possiamo dimenticare che siamo tutti peccatori.