Quando lo sposo sarà loro tolto, allora digiuneranno.

PRIMA LETTURA: Is 58,1-9a

È forse questo il digiuno che bramo?

SALMO: (Sal 50)

Tu non disprezzi, o Dio, un cuore contrito e affranto.

Oppure:

Tu gradisci, Signore, il cuore penitente.

«In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».

E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».

Mt 9,14-15

I discepoli di Giovanni Battista non hanno ancora elaborato il lutto per la morte del profeta e si meravigliano che i seguaci di Gesù, non digiunando come invece fanno loro e i farisei, non assumono il giusto atteggiamento di mesta serietà che si converrebbe a quel momento. La risposta di Gesù sembra ispirarsi alle parole del Qoelet 3, 1.4: «Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo… C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per fare lutto e un tempo per danzare».

Lo stesso Giovanni, dichiarandosi amico dello sposo, aveva riconosciuto in Gesù la presenza dello sposo al quale cedergli il posto. Quando lo sposo è presente non si può che danzare e fare festa perché le nozze hanno finalmente inizio. «Possono forse gli invitati alle nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro?». Dovremmo ricordare questa domanda quando viviamo la nostra fede con il volto triste come se fossimo vedovi o orfani.

La fede confligge con la tristezza. Eppure, è questo è il clima che si respira in tanti nostri incontri e persino nelle celebrazioni eucaristiche in cui siamo ingessati, freddi e formali più preoccupati di assolvere il precetto o rispettare le rubriche piuttosto che lasciarsi coinvolgere nella festa. La tristezza non è una colpa ma segnala il fatto che viviamo la fede come se Gesù fosse solo morto e non risorto. La fede, soprattutto quella celebrata nella liturgia, non è il mesto culto della memoria di un uomo che non c’è più ma che ci ha lasciato i segni del suo ricordo. La Parola e l’Eucaristia sono i segni dello Sposo che è con noi e che anima la festa di nozze. Gesù Cristo, vivo e presente nella nostra vita e nella liturgia, non è solo l’oggetto della nostra fede ma anche il motivo della nostra gioia, la ragione ultima per cui celebrare la festa.

«Verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno». Arriva il tempo del lutto nel quale a causa del peccato ci sentiamo soli e niente ci dà gioia forse perché, avendo il cuore duro e la mente offuscata dall’autoreferenzialità, la confondiamo con il piacere. La tristezza nasce dalla consapevolezza di aver peccato e di esserci allontanati da Dio ma è anche lo svelamento delle illusioni e delle immaginazioni. Il digiuno è il tempo in cui vivere la tristezza non rinunciando a vivere, ma riprogrammando il nostro ritorno alla Casa del Padre guidati dalla speranza, cosa diversa dalle illusioni, che è l’odore della familiarità di Dio. La nostra fede non si ferma al Venerdì Santo ma, attraversandolo nella speranza, punta alla Domenica di Risurrezione, ovvero al tempo in cui unirci completamente allo Sposo nella sua festa di nozze.